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venerdì 1 maggio 2015

Semplicemente... è primavera

Di recente guardavo mio figlio in uno di quei temutissimi momenti per i genitori, quelli in cui c'è del tempo da riempire (per loro) e mille cose da fare (per te).
Dopo aver scartato la TV, i videogiochi, la plastilina (!) e i Lego, l'occhio (il suo) gli è caduto sulla pila di quadernoni nuovi. Già armato di portacolori, ha sfoderato il tipico sguardo da cerbiatto - quello che a cinque anni è sinonimo di breccia assicurata anche nel set di regole più ferree – e ha proteso la manina per farsi consegnare l'oggetto del suo interesse.
Nel microcosmo del pragmatismo, è chiaro che un euro è un prezzo più che ragionevole per l'acquisto di una preziosissima mezz'ora da impiegare in faccende di elevato spessore intellettuale, di quelle che si svolgono di solito davanti ad un asse da stiro trasfigurato da una piccola montagna di bucato stantio.
Ebbene, durante lo schieramento in campo delle tre fazioni – i “da stirare assolutamente”, i “da una botta veloce” e i vincenti “da piegare e amen” - osservavo lo sgorbietto apprestarsi alla sua attività ludica.
C'è qualcosa di incantevole in un bambino che apre un quadernone illibato e ha a disposizione un set di colori con il quale strappare la pagina bianca al nulla. Credo che sia stato quel sorriso appena accennato sulle sue labbra, l'occhio che vagava tra i pastelli alla ricerca della tonalità sintonica con il suo umore, la trepidazione con cui ha accarezzato la pagina vuota un attimo prima di pugnalarla con un rosso fuoco sbeccato, credo che sì, siano stati questi i segnali di quanto mi mancasse realmente scrivere.
Perché è evidente che una maniaca del perfezionismo non potrebbe mai accontentarsi di un post miserevole e privo di senso come questo qui, evidente almeno quanto lo è per un bambino cogliere esattamente il giusto spirito con cui accostarsi alle cose.
Semplicità, divertimento, piacere.
Forse è qualcosa che ha a che fare con la presunzione o con il confortevole impigrimento di un cervello sempre troppo iperattivo, qualunque sia la causa gli effetti non cambiano e dunque sono mesi che non leggete nulla su questo blog.
Vi esonero dall'ingrato compito di sorbirvi i drammi esistenziali della mia vita, di sicuro irrilevanti rispetto ai drammi veri della vita, vi risparmio il girone infernale delle recenti letture di ottavo ordine con cui ho violentato i miei già provati neuroni e: tra Amazon che mi fa notare molto gentilmente che un “soffioi” dovrebbe essere un “soffio”, che “tu mi ha conferito” suona meglio come “tu mi hai conferito”, per non parlare dell'orrore grammaticale di “un immensa distesa” che davvero non si può leggere priva di apostrofo; tra i libri meravigliosi che stazionano sul kindle e che, accuratamente, evito per timore di non dar loro l'attenzione che meritano; tra il tiepido ricordo di un pranzo a base di patatine e sprizt dopo 5 ore di treno e una vita di riflessioni... bene, tra tutta questa ovattata letargia mi permetto un paio di considerazioni del tutto slegate fra loro (o forse no).
Amazon, ho due pagine di word di refusi da correggere nel mio libro di cui mi scuso profondamente con i miei lettori (e ringrazio ancora una volta Silvia Pillin a cui stringo la mano per tante ragioni) e un cartaceo da preparare (a breve, prometto!), per cui davvero mi perdonerà se ho lasciato la sua segnalazione nel marasma degli spam.
Leggete “Le due facce dell'amore” di Nick Spalding. Ci sono momenti della vita in cui una risata fa bene alla salute e momenti in cui un libro è proprio quello che ci vuole per curare l'animo. Prima di trovare la storia adatta a questo frangente della mia vita, ho girovagato a lungo e poi mi sono lasciata conquistare dalla leggerezza ironica di questo autore e dalla piccola meraviglia che è il suo libro. Non prendiamoci troppo sul serio, riscopriamo il semplice piacere di una buona lettura. Ho riso tanto e mi permetto di consigliare di fare lo stesso a chi, per un motivo o per un altro, ha troppi pensieri che lo distraggono. LEGGETE QUESTO LIBRO.
Ho lasciato un pezzetto di cuore in Emilia. Non stava un granché bene, ma l'ho affidato a mani amorevoli, le stesse mani che mi hanno strappato di dosso un paio di strati di dura scorza e poi mi hanno fornito il balsamo con cui ricostruire nuova pelle. Non lo so quanto ci vorrà, ma so che lei c'è e sono ansiosa di farmi strigliare come si deve, nella nostra migliore tradizione sado-maso.
Ho aperto una pagina word.
Ho valutato nel corredo di parole confuse della mia testa quelle che erano pronte a venir fuori, strizzando un occhio benevolo a quelle che per ora non se la sentono ancora.
Ho accarezzato la pagina vuota e poi l'ho pugnalata con questo post.
“Le porte chiuse si devono forzare affinché l'aria pura possa circolare liberamente”.
Non l'ho scritto io, ma Salomone.
Siamo in piena primavera, magari è anche ora di iniziare a svernare senza temere un colpo di freddo dalle porte appena socchiuse...
Buon fine settimana lungo!


venerdì 17 ottobre 2014

Il Read Along: quando, dove e perché partecipare.

Due paroline sul Read Along.
All’inizio ero molto, molto scettica.
Avendo i minuti contati per fare tutto, spesse volte la lettura di un libro deve incastrarsi in momenti rubati tra un impegno e l’altro, in modo molto disordinato e con l’effetto “risucchio” (specie se trattasi di un libro da cui non ci si riesce a staccare). Chi di noi non ha mai pensato almeno una volta “vabbè, un altro capitolo e poi basta per stanotte?” (sempre più di rado, ultimamente. Purtroppo.)
Bene, se vi riconoscete nella descrizione del lettore tipo di cui sopra, allora il Read Along è un’esperienza da provare.
Analizziamo i fatti:
1)     Minuti contati: malissimo. All’interno di una giornata è necessario ritagliarsi il proprio spazio SEMPRE (lo dice una che non lo fa quasi mai). Ci serve per ricaricarci, per staccare, per far sì che gli altri si stacchino da noi e capiscano che non siamo robot. Il Read Along è un appuntamento con le amiche. È quel caffè che nemmeno si ha tanta voglia di prendere, ma che rappresenta la scusa perfetta per fare quattro chiacchiere, scambiarsi opinioni, semplicemente rilassarsi. È un momento per noi, quello che scegliamo di condividere con chi vogliamo.
2)      Effetto “risucchio”: fa male pure questo. Tirarsi un libro in un respiro può essere affascinante (per lo più stressante. Specie se a notte fonda cercate ancora di decifrare le parole), ma non necessariamente è indice di gradimento. Alcuni libri possono farsi pure leggere rapidamente, ma poi lasciano ben poco. Il Read Along, fatto come si dovrebbe, disciplina il lettore. Fermarsi un giorno a riflettere sulla tappa raggiunta, insieme ad altri lettori che sono al vostro stesso punto, non è solo un momento di condivisione, ma un’occasione di crescita. A ben vedere, ogni volta che ci imbattiamo in un punto di vista diverso dal nostro, cresciamo. Anche se non siamo concordi, anche se dissentiamo. Alla base di tutto c’è la riflessione e un cervello pensante è un cervello attivo, critico, consapevole.

OK, ma se il libro che è stato scelto non mi piace?
Non partecipate. O lo fate e spiegate le vostre motivazioni. O aspettate il prossimo.
Il mio primo Read Along è stato una sorpresa sconvolgente. Si parte da un commento o da una citazione del libro e si attraversano tutte le gradazioni di conoscenza virtuale fino a scoprire che un altro lettore su quel punto che voi avete tanto amato, magari ha pianto perché gli ha rammentato un ricordo del passato. E allora qualche ricordo sovviene anche a voi e, nel clima di complicità che si instaura, potreste volerlo condividere, o anche no.
Il punto non è sapere i fatti degli altri. Il punto è che quella che normalmente sarebbe un’esperienza solitaria si trasforma in un’attività corale. E che vi divertirete.
Questo è il motivo per cui mi sento di consigliarvi caldamente di partecipare a un Read Along ideato e condotto da Annachiara, del blog Please Another Book.
Non ha importanza che libro scegliate, è importante come vi ponete.
Non ci sono obblighi particolari, ma scoprirete che è stupendo scorrere le notifiche di Goodreads è riconoscere in un lettore lo stesso vostro banner nello status, oppure aprire facebook e trovare citato quello stesso passaggio che ha tanto colpito anche voi, o scoprire che Mirya è stata bannata perché spoilera i finali a tutti dopo 34 minuti dall’inizio della lettura.
Ecco, il 20 ottobre le meravigliose donne della Banda dei Read Along, capeggiate da Annachiara, daranno l’avvio al #PABTrevRA (acronimo di Please Another Book Trevor Read Along) a cui potete partecipare tutti, anche in corso d’opera.
Vi va?
Mi auguro di sì.
E allora che aspettate?
Andate qui e leggete il regolamento!



mercoledì 15 ottobre 2014

Dove acquistare, come leggere e come convertire il file del "Manuale della Perfetta Adultera"

Dunque, ci siamo.
Da oggi il “Manuale della Perfetta Adultera” è disponibile su Amazon in formato Kindle, al prezzo di 2,88 euro. Vi risparmio le mie crisi isteriche quando ho scovato un refuso sfuggito alle millemila revisioni e Amazon mi ha fatto “no, no” con il ditino quando ho cercato di caricare il file con la correzione dell’ultimo minuto.
Poco male. Come ho detto in precedenza, ci sono momenti in cui ci si rende conto che il bello non ospita necessariamente la perfezione, e questo è uno di quei momenti. Con grande tranquillità ed umiltà, vi chiedo di essere così gentili da segnalarmi gli errori in cui vi imbatterete, non tanto per mania di perfezionismo, ma solo per rendere più scorrevole la lettura a coloro che sceglieranno questo libro.
Allora, in questo post do qualche piccolo chiarimento.
Il libro per ora è disponibile solo in formato mobi ed è acquistabile solo su Amazon. Mi avete chiesto se ci sarà il cartaceo e non escludo questa possibilità, ma non per l’immediato futuro.
Come lo leggiamo allora? Se avete un Kindle non ci sono problemi: lo acquistate e arriva direttamente sul dispositivo tramite rete wifi. Se avete un tablet, un pc, uno smartphone, potete scaricare l’applicazione gratuita di Kindle (potete scegliere quella più adatta alle vostre esigenze) che vi permetterà di leggere tutti i libri che acquistate su Amazon.
Ma io non ho il Kindle! Ho il Kobo, o un altro e-reader qualsiasi, che faccio? Oppure non ho proprio un e-reader, né un tablet, né un pc, né un telefono.
Bene, io vi consiglio di leggere questo post della splendida Annachiara del blog Please Another Book. Nella prima parte c’è una disamina dei vari e-reader e delle ragioni per cui risulta molto comodo e conveniente per chi (come me e tanti altri) è un lettore ossessivo-compulsivo e non ha spazio/possibilità di acquistare tanti libri in formato cartaceo. Nella seconda parte c’è un’utilissima guida stilata da @MedOrMad alla conversione dei file per gli utenti non Kindle, che desiderano portare l’ebook su un altro dispositivo.
"Manuale della Perfetta Adultera" è convertibile nei formati più comuni poiché non ho limitato questa possibilità con i DRM (Digital Rights Management). La guida riportata nella parte finale del post vi spiegherà passo passo come procedere, ma vi prego di farmi sapere se avete dubbi o problemi tramite i canali che più preferite e che trovate nei "contatti", su in alto nel menu.
Spero di non aver dimenticato nulla.
Ah, sì...
...buona lettura!

mercoledì 1 ottobre 2014

Anteprima: Capitoli 1, 2 e 3 de "Manuale della Perfetta Adultera"

Cari amici, come sempre eccomi a darvi qualche notizia succulenta sulle anticipazioni del libro.
Chi mi segue sulla pagina autore di Facebook sa che insieme a Please Another Book, il blog che ha preso il mio libro sotto la sua aluzza protettiva, abbiamo pensato di ingannare l'attesa della pubblicazione (15 ottobre, segnate, segnate...) con un regalo: i primi tre capitoli del libro.
Il primo l'ho rilasciato ad agosto e lo trovate qui.
Il secondo è disponibile da ieri qui. 
Il terzo è ora disponibile qui.

Sono molto emozionata e spero che lo siate insieme a me!
Buona lettura a tutti!

mercoledì 24 settembre 2014

Cover ufficiale e data di pubblicazione

Aggiorno anche qui le ultime novità, per chi si affida al blog per restare informato sui "lavori in corso".
Dopo cinquanta (50!) prove di cover per il libro, finalmente la copertina di Manuale della Perfetta Adultera è nata!
Lorena Lo Giudice, la grafica a cui devo ideazione e creazione della cover (ma le devo anche molto altro, tra cui due maroni nuovi fiammanti) ha lavorato fino a tarda notte, per molte notti, affinché fosse proprio... PERFETTA!


Cliccate su per ingrandire... io la trovo stupenda!
*si ricompone*
Mi sembra opportuno fornire anche altre coordinate:
Data di pubblicazione: 15 ottobre 2014, esclusivamente su Amazon.
Formato: ebook (per ora. Poi si vedrà...)

Chi vuole, può aggiungere il want to read su Goodreads e presto sarà possibile prenotare la propria copia su Amazon.
Vi ricordo la pagina autore su facebook dove non mancano frizzi e lazzi, specie ora che gli animi si stanno scaldando.
Vi ricordo anche il blog Please Another Book, sul quale troverete molte altre informazioni utili sul mio, ma anche su tanti, tanti altri libri. E ci sarà la data del Read Along del Manuale!
Non sapete cos'è un Read Along? Andate sul blog.
Volete partecipare al Read Along e non sapete come fare? Andate sul blog.
Siete curiosi di sapere se ci saranno sorprese all'orizzonte?
Andate. Sul. Blog!
Ne approfitto fin d'ora per ringraziare tutti coloro che stanno prodigandosi tanto per pubblicizzarmi: per un autore self, questo è molto, MOLTO importante.
E adesso posso entrare nel panico.

venerdì 19 settembre 2014

Quando scrivere GRAZIE non basta.

Ieri ho scritto finalmente la pagina dei Ringraziamenti.
È incredibile pensare che ho creato un libro intero in maniera più o meno spedita e che mi sono, invece, bloccata su una sola pagina (due, in verità). Non riuscivo proprio ad iniziarla, ad essere sinceri.
Mi ci sono voluti giorni e giorni per far ordine nella mia testa. Credo che il momento in cui ti fermi a pensare a chi hai avuto al tuo fianco in un percorso importante sia quello che sancisce definitivamente la fine del viaggio. Ad avermi accompagnato in questa avventura sono stati davvero in tanti, ed ora che mi trovo a considerare quanto di quel tragitto sarei riuscita a percorrere senza alcuni di loro, capisco anche il motivo della mia titubanza: con le mie parole vorrei poter ricambiare, ma si tratta di uno scambio non equo. Anche perché più che chi ringraziare, bisogna capire per cosa si dice grazie.
Posso dire “grazie” anche mille volte, ma non sarò mai capace di spiegare cosa significa stare al telefono con una persona (io che odio il telefono), immaginando che siano passati cinque minuti e invece è trascorsa più di un’ora. Né sarebbe semplice spiegare l’emozione di guardare finalmente quel qualcuno negli occhi e contrarre in quello sguardo anni di parole.
Vorrei potervi dire che scrivere dà solo gioia e amore e felicità. 
Invece è una strada dissestata, piena di insidie e con tratti molto lunghi in piena oscurità. A meno che non si abbia una rendita fissa, una donna delle pulizie, una cuoca e una babysitter, scrivere è spesso un ostacolo alle attività quotidiane, fonte di discussioni e di litigi, oggetto di scherno e leva delle emozioni. Quando penso ai “costi” emotivi della mia passione, credetemi, non mi sento un’eroina. Eppure, all’interno di questa linea retta di cui si cerca di comprendere l’inizio e la fine – la scrittura, il matrimonio, la vita – è facile che non si ottengano affatto le risposte che si cercavano, ma che si scoprano invece aspetti straordinari di sé e di chi ci sta a fianco. 
Ho scritto la pagina dei Ringraziamenti, ieri, cercando di avere una parola speciale per tutti. Sarà di sicuro inadeguata, avrò dimenticato qualcuno di cruciale, sarà “ingessata” come lo sfoggio del vestitino di domenica pieno di naftalina.
Quella pagina non sarà mai all’altezza del suo compito perché c’è un momento, quello in cui apri gli occhi alle cinque del mattino e in silenzio percorri il corridoio fino al computer, in cui sotto la pelle scorre un fremito di trepidazione. È il momento in cui i sensi si acuiscono, in cui tutto dentro di te appare chiaro e lucido. È il momento in cui, personalmente, entro davvero in contatto con il resto del mondo, quello in cui faccio pace dentro e fuori di me.
È quello. Quello è il momento per cui dico GRAZIE e lo dico a tutti coloro che, con il loro contributo - un commento sul web, un bacio a sfiorarmi le labbra, una carezza sulla spalla, una telefonata inaspettata, una recensione, il preziosissimo regalo di un'ora di libertà dalle incombenze quotidiane - mi hanno aiutato e mi aiutano a vivere la scrittura.

Ricordatelo, quando leggerete quelle pagine.

mercoledì 9 luglio 2014

Invio di un manoscritto ad una Casa Editrice: storia di una morte annunciata.

L’esordiente è un personaggio affascinante.
Non esiste individuo più entusiasta di lui riguardo il proprio lavoro, quello con la più innocente delle speranze nel mondo e con incrollabile fede nell’umanità.
Questo è ciò che lo sostiene durante la stesura del suo romanzo. No, no. Del suo capolavoro.
Nessuno ha creato un manoscritto così, prima d’ora.
Nessuno ha profuso tanto impegno in uno scritto quanto lui nelle sue parole.
È stato minuzioso. Quel file di 350 pagine è andato avanti indietro via mail per mesi, tra lui e i suoi “editor”, amici troppo garbati per rifiutargli qualcosa chiesto con tale, mal dissimulata disperazione. Ha accolto tutti i commenti con grande umiltà e ha rielaborato capitoli interi, due, tre, cinque volte. Poi li ha rimandati agli amici, per dimostrare di aver imparato diligentemente a fare la cacca nel vasino.
È stato rigoroso. Ha setacciato il web alla ricerca dell’impostazione corretta della punteggiatura. Ha tirato giù tutti i suoi libri preferiti e ha eseguito anche lì una verifica ulteriore: meglio abbondare che essere avari.
È stato severo. Ha letto tutte le biografie di scrittori famosi e quando ha revisionato la sua prima bozza ha sfrondato cinquanta pagine di soli avverbi. Poi altre cinquanta che non rispondevano positivamente alla domanda “è proprio necessario”? Poi ha visto che gli rimanevano altre 400 pagine e ha pensato che poteva smetterla di avere paura del discorso diretto libero e che poteva lasciare che ad una domanda seguisse una risposta senza tre paragrafi di riflessione in mezzo.
È stato oculato. Ha stampato tutto il manoscritto per revisionarlo anche pagina per pagina, perché gli errori che balzano all’occhio sul cartaceo sono sicuramente il doppio di quelli del formato elettronico. E poi doveva scattare un selfie con il malloppo, il nome dello pseudonimo che tanto faticosamente ha scelto in bella mostra sotto il titolo.
Okay, il nostro esordiente è davvero una personcina perbene e ha fatto tutto a modino.
La fase successiva è stilare una lista delle Case Editrici papabili. E qui inizia a vacillare.
Ha preparato una sinossi, una biografia, una lettera di presentazione. E parte dai “Big” perché lui ha scritto un capolavoro. Ma i “Big” sono di tutt’altro avviso. Su dieci CE di grossa nomea, un terzo accetta materiale di tipo informatico, il resto solo cartacei.
Da una parte si deve iniziare e di solito si parte con le mail. Ma ci sono delle regole. Alcune CE vogliono la sinossi e due, tre capitoli; altre non vogliono la sinossi, ma una lettera di presentazione dettagliata con il manoscritto completo; altre vogliono il manoscritto e una scheda di presentazione; altri vogliono la biografia con contatti nel corpo mail e in più “non dimenticate i vostri dati in allegato” (-.-); altri forniscono delle indicazioni precise, tipo step 1, 2, 3. Insomma, quando il nostro esordiente clicca su invio avrà venti pagine di word aperte, tutte con minime variazioni l’una dall’altra, e gli occhi che si incrociano.
Invia.
Distende la schiena e si rivolge ad un Essere Superiore che vegli su quella sua mail, inondandola di fortuna e benevolenza.
Poi, col sorriso sulle labbra, inizia a chiudere il caos che ha in barra inferiore.
E si sofferma su qualche riga, il nostro esordiente tanto speranzoso, perché pure le lettere di presentazione sono piccoli gioielli partoriti dalla sua mente.
“Gentile Editore, o scritto un romanzo sentimentale…”
Fermi tutti.
Rilegge. Poi rilegge ancora.
Lui, che nemmeno in terza elementare ha mai sbagliato l'ortografia di un verbo ausiliare, ha scritto, anzi, “a scritto”.
Tragedia.
Dramma.
Catastrofe.
Già pensa a come eseguire un seppuku impeccabile, perché chiaramente è l’unica cosa che gli rimane da fare. Suda, il nostro eroe, alle 00.39, mentre cerca di capire se il file incriminato, uno di quelli tagliuzzati qui e lì in cui il canc per rientrare nelle famose “3000 battute” è scivolato una volta di troppo, sia proprio uno di quelli inviati. Non si ricorda più in quale cartella l’ha inserito, non si ricorda più nemmeno a chi.
“Fa' che non sia un Big. Fa' che non sia un Big”.
La Casa Editrice era la Fazi.
E il nostro eroe esordiente, la sottoscritta.
L’episodio che vi ho riportato ha un solo scopo. Farvi ridere insieme a me.
Nella mia vita ho, fortunatamente o sfortunatamente, imparato che le priorità sono altre. Se la Fazi dovesse accettarmi, ciò non cambierebbe la mia esistenza. Lo stesso accadrebbe se non dovessi ricevere risposta (credo di essere stata la prima autrice a sperare che il file venisse cestinato a priori). Scrivo per passione, necessità interiore, voglia di comunicare. Pur con la consapevolezza che il mio romanzo non è perfetto e che l’intervento di una Casa Editrice potrebbe migliorarlo sicuramente, io bramo di condividerlo con voi e so che accadrà. In un modo o in un altro.
Non siate troppo severi con voi stessi, non prendetevi eccessivamente sul serio.
Ridete.
Ridete di voi, delle situazioni in cui il caso vi fa precipitare, ridete più che potete.
Sono tante le cose che ci strappano una lacrima, ma se è di gioia, allora sì che vale la pena versarla.



sabato 5 luglio 2014

Dall’autopubblicazione all’editoria tradizionale: che fine farà questo libro?

Quando ero studentessa alle medie, avevo un professore di matematica simpaticissimo. Le sue lezioni non stancavano mai, perché era bravo: sapeva come rendere la materia che insegnava attraente a venticinque alunni che non erano più bambini, ma non erano nemmeno adolescenti. Tuttavia matematica era sempre matematica e io mi distraevo facilmente. Una volta mi beccò mentre con una compagna ci scambiavamo messaggi sui diari: interruppe la lezione, mi si avvicinò, prese un post-it e mi chiese un autografo.
Momento di silenzio.
Un autografo a me? Era chiaramente una beffa, ma lui lo disse con serietà. Mi fece firmare quel foglietto e lo conservò nella sua giacca. Io, che ero diventata di tutti i colori dell’Universo, non sapevo più dove nascondermi ma poi, prima di riprendere la lezione, lui disse una frase (che mi pare sia attribuita o comunque collegata a Socrate): “Le cose belle sono difficili, le cose difficili sono belle”.
Nel corso degli anni l’ho sentita in altre occasioni, ma quella prima volta mi è rimasta impressa. Senza puntare sulla mortificazione per la mia distrazione, quel professore aveva attirato l’attenzione sul fatto che non seguissi la lezione e che, forse, lo facevo perché la trovavo difficile. Probabilmente la trovavo solo noiosa, ma lui aveva colpito un nervo scoperto. Mi aveva sfidata, ma nello stesso tempo mi aveva dato una possibilità di mettere alla prova me stessa, di dimostrare che, a fare qualcosa bene, ci si riusciva con l’impegno e la volontà.
Nella mia vita ho adorato la letteratura, avuto una grossa inclinazione alle materie artistiche, ma ho seguito una formazione prettamente scientifica. Non credo sia dipeso da quell’episodio, ma a distanza di anni e anni, io quella lezione non l’ho mai dimenticata.
Perché vi ho fatto fare questo viaggio nel tempo? Adesso ci arrivo.
Nei post “Il punto della situazione #1 e #2” ci sono le motivazioni che mi hanno spinta a ritirare la ff e revisionarla, per cui non mi dilungherò a riguardo.
Quello che voglio dirvi è questo: prendere la storia, modificare un paio di cose e pubblicarla era allettante, ma non sarebbe mai stato nelle mie corde. Se avessi saputo al tempo cosa avrebbe realmente comportato riscriverla (perché è capitato questo, e ve ne parlerò a tempo debito), è probabile che ci avrei pensato molto, ma molto meglio. Ma le cose belle non sono mai semplici e “Manuale della perfetta adultera” è stata una riscrittura complicata, impegnativa, a tratti logorante. Ma è stata un’esperienza stupenda. Se non avessi avuto il sostegno di persone straordinarie, in primis la Prof, sono certa che sarei ancora al capitolo quattro. Quindi, punto primo: le cose belle sono difficili.
Adesso veniamo al dunque.
La riscrittura si è conclusa, brava. E ora? Che ne facciamo di queste 350 pagine?
Dissi in uno dei post che ho citato sopra che a revisione completa avrei deciso il destino del libro. Questo romanzo vedrà la pubblicazione in ebook e (se riesco) anche in cartaceo.
Quando?
Dipende da diversi fattori. Il primo è la modalità di pubblicazione. Io credo nell’editoria tradizionale e ho una sana allergia per quella a pagamento (a questo proposito mi viene sempre in mente la risposta negativa per eccellenza: “Mai, nemmeno se mi paghi”. Se devo pagare per pubblicare, c’è qualcosa che non torna e la matematica, diceva sempre quel professore tanto simpatico, è un’opinione solo nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo). Cosa significa questo? Dobbiamo aspettare che una casa editrice accetti di pubblicarti?
Per l’amor di Dio!
Credere nell’editoria tradizionale, per quanto mi riguarda, significa credere nell’importanza di certe figure: il correttore di bozze, l’editor, i grafici, gli esperti di promozione e marketing, i librai e i venditori in genere. Nello stesso tempo, però, significa anche non poter ignorare la crisi profonda che l’ha colpita e quindi l’editor si trova a fare il correttore di bozze per pochi spiccioli; i librai chiudono perché molti non riescono a stare al passo con il fenomeno in crescita esponenziale degli ebook; il marketing e la promozione vengono fatti esclusivamente sull’onda del prodotto che “tira” al momento, spesso a discapito di piccoli capolavori che resteranno sempre nell’ombra solo perché non hanno visto la luce nel momento storico più favorevole; i grafici sfornano copertine “stampino” e sembra che i libri siano un po’ tutti uguali (forse, alcuni lo sono pure). Non è sempre così, mi dicono, ma purtroppo non è raro.
Lo sconforto in cui cadono molti scrittori esordienti porta alcuni di essi a cercare scappatoie (vedi l’EAP) o a lanciarsi nel self-publishing ritenendolo l’unico mezzo fattibile per potersi vedere finalmente pubblicati.
Io non credo che il self-publishing sia una via più semplice rispetto all’editoria tradizionale. Semmai è il contrario. Occuparsi in modo indipendente di tutti gli aspetti di una pubblicazione non solo è impegnativo, ma toglie anche molto tempo alla scrittura, specie per persone che fanno altro (e in Italia penso che si contino sulle dita delle mani gli scrittori che non affiancano a questa, anche un’altra professione).
Io vedo l’autopubblicazione come una sfida e come una possibilità.
E come per tutte le possibilità che si hanno a disposizione, affinché si riesca a trarne il maggior beneficio da esse, è necessario dedicarsi con impegno e rigore. Capirete bene che questo, per una come me, significa mesi di lavoro aggiuntivo a quelli della scrittura.
Quindi, punto secondo: le cose difficili sono belle.
Poiché temo di non voler concludere con un solo libro la mia avventura nel mondo della parola scritta, e con il passare del tempo di certo non ringiovanisco, mi sono data una scadenza che ritengo fattibile per la pubblicazione: la fine di quest’anno.
Salvo imprevisti. In parallelo allo studio minuzioso dell’autopubblicazione, seguirò anche la strada tradizionale. Magari non porterà a nulla, magari sarà un no dritto sul muso, magari sarà solo silenzio, ma se non lo faccio sarà un fallimento in partenza, perché avrei io rinunciato e questo è un atteggiamento che non mi apparterrà mai.

Data approssimativa per la pubblicazione: dicembre.