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venerdì 17 ottobre 2014

Il Read Along: quando, dove e perché partecipare.

Due paroline sul Read Along.
All’inizio ero molto, molto scettica.
Avendo i minuti contati per fare tutto, spesse volte la lettura di un libro deve incastrarsi in momenti rubati tra un impegno e l’altro, in modo molto disordinato e con l’effetto “risucchio” (specie se trattasi di un libro da cui non ci si riesce a staccare). Chi di noi non ha mai pensato almeno una volta “vabbè, un altro capitolo e poi basta per stanotte?” (sempre più di rado, ultimamente. Purtroppo.)
Bene, se vi riconoscete nella descrizione del lettore tipo di cui sopra, allora il Read Along è un’esperienza da provare.
Analizziamo i fatti:
1)     Minuti contati: malissimo. All’interno di una giornata è necessario ritagliarsi il proprio spazio SEMPRE (lo dice una che non lo fa quasi mai). Ci serve per ricaricarci, per staccare, per far sì che gli altri si stacchino da noi e capiscano che non siamo robot. Il Read Along è un appuntamento con le amiche. È quel caffè che nemmeno si ha tanta voglia di prendere, ma che rappresenta la scusa perfetta per fare quattro chiacchiere, scambiarsi opinioni, semplicemente rilassarsi. È un momento per noi, quello che scegliamo di condividere con chi vogliamo.
2)      Effetto “risucchio”: fa male pure questo. Tirarsi un libro in un respiro può essere affascinante (per lo più stressante. Specie se a notte fonda cercate ancora di decifrare le parole), ma non necessariamente è indice di gradimento. Alcuni libri possono farsi pure leggere rapidamente, ma poi lasciano ben poco. Il Read Along, fatto come si dovrebbe, disciplina il lettore. Fermarsi un giorno a riflettere sulla tappa raggiunta, insieme ad altri lettori che sono al vostro stesso punto, non è solo un momento di condivisione, ma un’occasione di crescita. A ben vedere, ogni volta che ci imbattiamo in un punto di vista diverso dal nostro, cresciamo. Anche se non siamo concordi, anche se dissentiamo. Alla base di tutto c’è la riflessione e un cervello pensante è un cervello attivo, critico, consapevole.

OK, ma se il libro che è stato scelto non mi piace?
Non partecipate. O lo fate e spiegate le vostre motivazioni. O aspettate il prossimo.
Il mio primo Read Along è stato una sorpresa sconvolgente. Si parte da un commento o da una citazione del libro e si attraversano tutte le gradazioni di conoscenza virtuale fino a scoprire che un altro lettore su quel punto che voi avete tanto amato, magari ha pianto perché gli ha rammentato un ricordo del passato. E allora qualche ricordo sovviene anche a voi e, nel clima di complicità che si instaura, potreste volerlo condividere, o anche no.
Il punto non è sapere i fatti degli altri. Il punto è che quella che normalmente sarebbe un’esperienza solitaria si trasforma in un’attività corale. E che vi divertirete.
Questo è il motivo per cui mi sento di consigliarvi caldamente di partecipare a un Read Along ideato e condotto da Annachiara, del blog Please Another Book.
Non ha importanza che libro scegliate, è importante come vi ponete.
Non ci sono obblighi particolari, ma scoprirete che è stupendo scorrere le notifiche di Goodreads è riconoscere in un lettore lo stesso vostro banner nello status, oppure aprire facebook e trovare citato quello stesso passaggio che ha tanto colpito anche voi, o scoprire che Mirya è stata bannata perché spoilera i finali a tutti dopo 34 minuti dall’inizio della lettura.
Ecco, il 20 ottobre le meravigliose donne della Banda dei Read Along, capeggiate da Annachiara, daranno l’avvio al #PABTrevRA (acronimo di Please Another Book Trevor Read Along) a cui potete partecipare tutti, anche in corso d’opera.
Vi va?
Mi auguro di sì.
E allora che aspettate?
Andate qui e leggete il regolamento!



mercoledì 15 ottobre 2014

Dove acquistare, come leggere e come convertire il file del "Manuale della Perfetta Adultera"

Dunque, ci siamo.
Da oggi il “Manuale della Perfetta Adultera” è disponibile su Amazon in formato Kindle, al prezzo di 2,88 euro. Vi risparmio le mie crisi isteriche quando ho scovato un refuso sfuggito alle millemila revisioni e Amazon mi ha fatto “no, no” con il ditino quando ho cercato di caricare il file con la correzione dell’ultimo minuto.
Poco male. Come ho detto in precedenza, ci sono momenti in cui ci si rende conto che il bello non ospita necessariamente la perfezione, e questo è uno di quei momenti. Con grande tranquillità ed umiltà, vi chiedo di essere così gentili da segnalarmi gli errori in cui vi imbatterete, non tanto per mania di perfezionismo, ma solo per rendere più scorrevole la lettura a coloro che sceglieranno questo libro.
Allora, in questo post do qualche piccolo chiarimento.
Il libro per ora è disponibile solo in formato mobi ed è acquistabile solo su Amazon. Mi avete chiesto se ci sarà il cartaceo e non escludo questa possibilità, ma non per l’immediato futuro.
Come lo leggiamo allora? Se avete un Kindle non ci sono problemi: lo acquistate e arriva direttamente sul dispositivo tramite rete wifi. Se avete un tablet, un pc, uno smartphone, potete scaricare l’applicazione gratuita di Kindle (potete scegliere quella più adatta alle vostre esigenze) che vi permetterà di leggere tutti i libri che acquistate su Amazon.
Ma io non ho il Kindle! Ho il Kobo, o un altro e-reader qualsiasi, che faccio? Oppure non ho proprio un e-reader, né un tablet, né un pc, né un telefono.
Bene, io vi consiglio di leggere questo post della splendida Annachiara del blog Please Another Book. Nella prima parte c’è una disamina dei vari e-reader e delle ragioni per cui risulta molto comodo e conveniente per chi (come me e tanti altri) è un lettore ossessivo-compulsivo e non ha spazio/possibilità di acquistare tanti libri in formato cartaceo. Nella seconda parte c’è un’utilissima guida stilata da @MedOrMad alla conversione dei file per gli utenti non Kindle, che desiderano portare l’ebook su un altro dispositivo.
"Manuale della Perfetta Adultera" è convertibile nei formati più comuni poiché non ho limitato questa possibilità con i DRM (Digital Rights Management). La guida riportata nella parte finale del post vi spiegherà passo passo come procedere, ma vi prego di farmi sapere se avete dubbi o problemi tramite i canali che più preferite e che trovate nei "contatti", su in alto nel menu.
Spero di non aver dimenticato nulla.
Ah, sì...
...buona lettura!

mercoledì 1 ottobre 2014

Anteprima: Capitoli 1, 2 e 3 de "Manuale della Perfetta Adultera"

Cari amici, come sempre eccomi a darvi qualche notizia succulenta sulle anticipazioni del libro.
Chi mi segue sulla pagina autore di Facebook sa che insieme a Please Another Book, il blog che ha preso il mio libro sotto la sua aluzza protettiva, abbiamo pensato di ingannare l'attesa della pubblicazione (15 ottobre, segnate, segnate...) con un regalo: i primi tre capitoli del libro.
Il primo l'ho rilasciato ad agosto e lo trovate qui.
Il secondo è disponibile da ieri qui. 
Il terzo è ora disponibile qui.

Sono molto emozionata e spero che lo siate insieme a me!
Buona lettura a tutti!

mercoledì 9 luglio 2014

Invio di un manoscritto ad una Casa Editrice: storia di una morte annunciata.

L’esordiente è un personaggio affascinante.
Non esiste individuo più entusiasta di lui riguardo il proprio lavoro, quello con la più innocente delle speranze nel mondo e con incrollabile fede nell’umanità.
Questo è ciò che lo sostiene durante la stesura del suo romanzo. No, no. Del suo capolavoro.
Nessuno ha creato un manoscritto così, prima d’ora.
Nessuno ha profuso tanto impegno in uno scritto quanto lui nelle sue parole.
È stato minuzioso. Quel file di 350 pagine è andato avanti indietro via mail per mesi, tra lui e i suoi “editor”, amici troppo garbati per rifiutargli qualcosa chiesto con tale, mal dissimulata disperazione. Ha accolto tutti i commenti con grande umiltà e ha rielaborato capitoli interi, due, tre, cinque volte. Poi li ha rimandati agli amici, per dimostrare di aver imparato diligentemente a fare la cacca nel vasino.
È stato rigoroso. Ha setacciato il web alla ricerca dell’impostazione corretta della punteggiatura. Ha tirato giù tutti i suoi libri preferiti e ha eseguito anche lì una verifica ulteriore: meglio abbondare che essere avari.
È stato severo. Ha letto tutte le biografie di scrittori famosi e quando ha revisionato la sua prima bozza ha sfrondato cinquanta pagine di soli avverbi. Poi altre cinquanta che non rispondevano positivamente alla domanda “è proprio necessario”? Poi ha visto che gli rimanevano altre 400 pagine e ha pensato che poteva smetterla di avere paura del discorso diretto libero e che poteva lasciare che ad una domanda seguisse una risposta senza tre paragrafi di riflessione in mezzo.
È stato oculato. Ha stampato tutto il manoscritto per revisionarlo anche pagina per pagina, perché gli errori che balzano all’occhio sul cartaceo sono sicuramente il doppio di quelli del formato elettronico. E poi doveva scattare un selfie con il malloppo, il nome dello pseudonimo che tanto faticosamente ha scelto in bella mostra sotto il titolo.
Okay, il nostro esordiente è davvero una personcina perbene e ha fatto tutto a modino.
La fase successiva è stilare una lista delle Case Editrici papabili. E qui inizia a vacillare.
Ha preparato una sinossi, una biografia, una lettera di presentazione. E parte dai “Big” perché lui ha scritto un capolavoro. Ma i “Big” sono di tutt’altro avviso. Su dieci CE di grossa nomea, un terzo accetta materiale di tipo informatico, il resto solo cartacei.
Da una parte si deve iniziare e di solito si parte con le mail. Ma ci sono delle regole. Alcune CE vogliono la sinossi e due, tre capitoli; altre non vogliono la sinossi, ma una lettera di presentazione dettagliata con il manoscritto completo; altre vogliono il manoscritto e una scheda di presentazione; altri vogliono la biografia con contatti nel corpo mail e in più “non dimenticate i vostri dati in allegato” (-.-); altri forniscono delle indicazioni precise, tipo step 1, 2, 3. Insomma, quando il nostro esordiente clicca su invio avrà venti pagine di word aperte, tutte con minime variazioni l’una dall’altra, e gli occhi che si incrociano.
Invia.
Distende la schiena e si rivolge ad un Essere Superiore che vegli su quella sua mail, inondandola di fortuna e benevolenza.
Poi, col sorriso sulle labbra, inizia a chiudere il caos che ha in barra inferiore.
E si sofferma su qualche riga, il nostro esordiente tanto speranzoso, perché pure le lettere di presentazione sono piccoli gioielli partoriti dalla sua mente.
“Gentile Editore, o scritto un romanzo sentimentale…”
Fermi tutti.
Rilegge. Poi rilegge ancora.
Lui, che nemmeno in terza elementare ha mai sbagliato l'ortografia di un verbo ausiliare, ha scritto, anzi, “a scritto”.
Tragedia.
Dramma.
Catastrofe.
Già pensa a come eseguire un seppuku impeccabile, perché chiaramente è l’unica cosa che gli rimane da fare. Suda, il nostro eroe, alle 00.39, mentre cerca di capire se il file incriminato, uno di quelli tagliuzzati qui e lì in cui il canc per rientrare nelle famose “3000 battute” è scivolato una volta di troppo, sia proprio uno di quelli inviati. Non si ricorda più in quale cartella l’ha inserito, non si ricorda più nemmeno a chi.
“Fa' che non sia un Big. Fa' che non sia un Big”.
La Casa Editrice era la Fazi.
E il nostro eroe esordiente, la sottoscritta.
L’episodio che vi ho riportato ha un solo scopo. Farvi ridere insieme a me.
Nella mia vita ho, fortunatamente o sfortunatamente, imparato che le priorità sono altre. Se la Fazi dovesse accettarmi, ciò non cambierebbe la mia esistenza. Lo stesso accadrebbe se non dovessi ricevere risposta (credo di essere stata la prima autrice a sperare che il file venisse cestinato a priori). Scrivo per passione, necessità interiore, voglia di comunicare. Pur con la consapevolezza che il mio romanzo non è perfetto e che l’intervento di una Casa Editrice potrebbe migliorarlo sicuramente, io bramo di condividerlo con voi e so che accadrà. In un modo o in un altro.
Non siate troppo severi con voi stessi, non prendetevi eccessivamente sul serio.
Ridete.
Ridete di voi, delle situazioni in cui il caso vi fa precipitare, ridete più che potete.
Sono tante le cose che ci strappano una lacrima, ma se è di gioia, allora sì che vale la pena versarla.



sabato 5 luglio 2014

Dall’autopubblicazione all’editoria tradizionale: che fine farà questo libro?

Quando ero studentessa alle medie, avevo un professore di matematica simpaticissimo. Le sue lezioni non stancavano mai, perché era bravo: sapeva come rendere la materia che insegnava attraente a venticinque alunni che non erano più bambini, ma non erano nemmeno adolescenti. Tuttavia matematica era sempre matematica e io mi distraevo facilmente. Una volta mi beccò mentre con una compagna ci scambiavamo messaggi sui diari: interruppe la lezione, mi si avvicinò, prese un post-it e mi chiese un autografo.
Momento di silenzio.
Un autografo a me? Era chiaramente una beffa, ma lui lo disse con serietà. Mi fece firmare quel foglietto e lo conservò nella sua giacca. Io, che ero diventata di tutti i colori dell’Universo, non sapevo più dove nascondermi ma poi, prima di riprendere la lezione, lui disse una frase (che mi pare sia attribuita o comunque collegata a Socrate): “Le cose belle sono difficili, le cose difficili sono belle”.
Nel corso degli anni l’ho sentita in altre occasioni, ma quella prima volta mi è rimasta impressa. Senza puntare sulla mortificazione per la mia distrazione, quel professore aveva attirato l’attenzione sul fatto che non seguissi la lezione e che, forse, lo facevo perché la trovavo difficile. Probabilmente la trovavo solo noiosa, ma lui aveva colpito un nervo scoperto. Mi aveva sfidata, ma nello stesso tempo mi aveva dato una possibilità di mettere alla prova me stessa, di dimostrare che, a fare qualcosa bene, ci si riusciva con l’impegno e la volontà.
Nella mia vita ho adorato la letteratura, avuto una grossa inclinazione alle materie artistiche, ma ho seguito una formazione prettamente scientifica. Non credo sia dipeso da quell’episodio, ma a distanza di anni e anni, io quella lezione non l’ho mai dimenticata.
Perché vi ho fatto fare questo viaggio nel tempo? Adesso ci arrivo.
Nei post “Il punto della situazione #1 e #2” ci sono le motivazioni che mi hanno spinta a ritirare la ff e revisionarla, per cui non mi dilungherò a riguardo.
Quello che voglio dirvi è questo: prendere la storia, modificare un paio di cose e pubblicarla era allettante, ma non sarebbe mai stato nelle mie corde. Se avessi saputo al tempo cosa avrebbe realmente comportato riscriverla (perché è capitato questo, e ve ne parlerò a tempo debito), è probabile che ci avrei pensato molto, ma molto meglio. Ma le cose belle non sono mai semplici e “Manuale della perfetta adultera” è stata una riscrittura complicata, impegnativa, a tratti logorante. Ma è stata un’esperienza stupenda. Se non avessi avuto il sostegno di persone straordinarie, in primis la Prof, sono certa che sarei ancora al capitolo quattro. Quindi, punto primo: le cose belle sono difficili.
Adesso veniamo al dunque.
La riscrittura si è conclusa, brava. E ora? Che ne facciamo di queste 350 pagine?
Dissi in uno dei post che ho citato sopra che a revisione completa avrei deciso il destino del libro. Questo romanzo vedrà la pubblicazione in ebook e (se riesco) anche in cartaceo.
Quando?
Dipende da diversi fattori. Il primo è la modalità di pubblicazione. Io credo nell’editoria tradizionale e ho una sana allergia per quella a pagamento (a questo proposito mi viene sempre in mente la risposta negativa per eccellenza: “Mai, nemmeno se mi paghi”. Se devo pagare per pubblicare, c’è qualcosa che non torna e la matematica, diceva sempre quel professore tanto simpatico, è un’opinione solo nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo). Cosa significa questo? Dobbiamo aspettare che una casa editrice accetti di pubblicarti?
Per l’amor di Dio!
Credere nell’editoria tradizionale, per quanto mi riguarda, significa credere nell’importanza di certe figure: il correttore di bozze, l’editor, i grafici, gli esperti di promozione e marketing, i librai e i venditori in genere. Nello stesso tempo, però, significa anche non poter ignorare la crisi profonda che l’ha colpita e quindi l’editor si trova a fare il correttore di bozze per pochi spiccioli; i librai chiudono perché molti non riescono a stare al passo con il fenomeno in crescita esponenziale degli ebook; il marketing e la promozione vengono fatti esclusivamente sull’onda del prodotto che “tira” al momento, spesso a discapito di piccoli capolavori che resteranno sempre nell’ombra solo perché non hanno visto la luce nel momento storico più favorevole; i grafici sfornano copertine “stampino” e sembra che i libri siano un po’ tutti uguali (forse, alcuni lo sono pure). Non è sempre così, mi dicono, ma purtroppo non è raro.
Lo sconforto in cui cadono molti scrittori esordienti porta alcuni di essi a cercare scappatoie (vedi l’EAP) o a lanciarsi nel self-publishing ritenendolo l’unico mezzo fattibile per potersi vedere finalmente pubblicati.
Io non credo che il self-publishing sia una via più semplice rispetto all’editoria tradizionale. Semmai è il contrario. Occuparsi in modo indipendente di tutti gli aspetti di una pubblicazione non solo è impegnativo, ma toglie anche molto tempo alla scrittura, specie per persone che fanno altro (e in Italia penso che si contino sulle dita delle mani gli scrittori che non affiancano a questa, anche un’altra professione).
Io vedo l’autopubblicazione come una sfida e come una possibilità.
E come per tutte le possibilità che si hanno a disposizione, affinché si riesca a trarne il maggior beneficio da esse, è necessario dedicarsi con impegno e rigore. Capirete bene che questo, per una come me, significa mesi di lavoro aggiuntivo a quelli della scrittura.
Quindi, punto secondo: le cose difficili sono belle.
Poiché temo di non voler concludere con un solo libro la mia avventura nel mondo della parola scritta, e con il passare del tempo di certo non ringiovanisco, mi sono data una scadenza che ritengo fattibile per la pubblicazione: la fine di quest’anno.
Salvo imprevisti. In parallelo allo studio minuzioso dell’autopubblicazione, seguirò anche la strada tradizionale. Magari non porterà a nulla, magari sarà un no dritto sul muso, magari sarà solo silenzio, ma se non lo faccio sarà un fallimento in partenza, perché avrei io rinunciato e questo è un atteggiamento che non mi apparterrà mai.

Data approssimativa per la pubblicazione: dicembre.

mercoledì 22 maggio 2013

Recensione: "Captive in the Dark" di C.J. Roberts

Questo romanzo merita una recensione coi fiocchi. Primo di una trilogia, la saga The Dark Duet, è disponibile solo in lingua inglese (speriamo in una prossima folgorazione da parte degli editori italiani), ma non temete: se l’ho letto io, credetemi, potete farlo tutti U.U
Nonostante fossi stata avvisata per tempo, non sono riuscita a prepararmi completamente dal punto di vista emotivo prima di immergermi nella lettura di questo libro.
Sono una personcina curiosa e non manco mai di dare una sbirciata alle trame, così, giusto per stabilire un primo contatto e vedere se può nascere qualcosa di più ;)
Con solo l’intenzione di capire quanto fosse approcciabile l’inglese di questo romanzo, ho letto un paio di pagine. Poi, un capitolo.
E, poi, ho capito che non sarei riuscita a staccarmi se non fossi arrivata alla fine.
Sapevo che avrei odiato questa trama dalla prima all’ultima parola, lo sapevo e così è stato. Ed ero timorosa come poche volte, non tanto per la crudezza di certi passaggi, ma per il terrore di una delusione enorme. Non avrei sopportato di arrivare a metà libro e scoprire che nella testa di questa autrice un rapimento - con tanto di iniziazione al bdsm, tortura e violenza carnale -, evolvesse in una storia d’amore.
Se c’è una cosa che reputo sacrosanta è la consensualità. Poi, mi va bene tutto (quasi).
-Spoiler –
Livvie è una diciottenne spezzata, con un animo sensibile ed una determinazione straordinaria  a meritare l’amore degli altri: quello della sua famiglia (di sua madre in particolare), quello di un’anima gemella immaginaria. Nonostante tutte le delusioni che la vita le riserva continuamente, Livvie non smette mai di sperare. Spera che la madre le *perdoni* la colpa di essere nata donna, che ricoprirsi di abiti informi e mantenere un aspetto dimesso possa aiutarla a *comportarsi come si deve*. Spera, inconsapevolmente, di non fare la fine di sua madre, ma razionalmente vuole solo essere meritevole di amore. Quando viene rapita, piomba nella disperazione, pensando di aver fallito e di essere/diventare una poco di buono. Se ne convince, nel momento in cui scopre l’identità del suo rapitore e capisce di conoscerlo già. Pensa che nei suoi atteggiamenti ci sia stata quella provocazione malata che ha spinto l’uomo ad essere ossessionato da lei, al punto di rapirla. Non sa di essere solo un mezzo per la vendetta a cui Caleb ha votato tutta la sua vita, la vendetta che ha bisogno di compiersi affinché lui possa affrancarsi completamente dal suo passato – a sua volta – di vittima innocente, e nel contempo sdebitarsi con l’uomo a cui deve la sua salvezza.
Caleb è un uomo violento, ma la violenza che esercita nei confronti della ragazza è sempre studiata, sottoposta al controllo delle emozioni, mai vissuta come piacere personale. La ragazza non ha un nome, non ha una storia, non ha emozioni. Ha delle reazioni che devono essere allenate di continuo affinché diventino istintive e concorrano a creare la schiava di piacere perfetta da vendere ad una misteriosa asta che verrà effettuata in Pakistan, la donna destinata a compiacere l’uomo che Caleb deve annientare, regalando a lui e a Rafiq, il biglietto di prima classe per il compimento della loro vendetta personale.
Ma Caleb cresciuto in un mondo di violenza, all’inizio per obbligo, poi per scelta, si trova a capire solo quella, a vedere la realtà che lo circonda solo attraverso quei particolari filtri. Inizia a sentirsi coinvolto emotivamente dalla ragazza. Più tenta di piegarla, più lei resiste. Se ci riesce con il corpo, altrettanto non accade con la mente.
La ragazza è una sopravvissuta, proprio come lui.
Nell’evoluzione della storia, Livvie ha dei momenti di cedimento, oltre che fisici, anche emotivi. Arriva a chiedersi se sta iniziando a soffrire della sindrome di Stoccolma, perché sente di provare qualcosa nei confronti dell’uomo che l’ha rapita, il suo stesso corpo la tradisce quando lui la tocca.
Ma quando le circostanze diventano favorevoli e Livvie ha la possibilità di fuggire, lo fa. Senza voltarsi indietro nemmeno una volta.
E mi fermo, per non spoilerare tutta la trama.
Mi è piaciuto moltissimo lo stile di questa autrice. Chiaro, incisivo. La storia è in prima persona, dal punto di vista di Livvie, e in terza nelle parti riguardanti Caleb. Anche questa tecnica narrativa è appropriata, secondo me: crea il necessario distacco dal rapitore, concorrendo a stabilire una sorta di connessione emotiva con la vittima.
Tra i due protagonisti non nasce una relazione d’amore. Mai in questo libro. E’ una sorta di complicità, ma né quello di Caleb può definirsi amore (distorta com’è la sua visione del mondo a causa della sete/necessità di vendetta), né quello che sente Livvie, la quale scopre in se stessa un incrollabile istinto di conservazione che decide di assecondare totalmente, senza sapere bene dove la condurrà …
Questo è un libro che lascia il segno, che spinge ad una riflessione, che va preso con le pinze, senza alcun pregiudizio di base. Solo così può essere apprezzato: leggendolo.
Non mi sento di consigliarlo, tuttavia, in maniera indiscriminata. Bisogna essere nella giusta predisposizione d’animo, essere consapevoli che non si vorrà/potrà quasi mai simpatizzare coi protagonisti ed essere pronti a leggere scene per niente piacevoli. Non è una storia sul bdsm, ma parla anche di bdsm in modo marginale. C’è molta violenza, invece, questo sì. Quello che posso dire, però, è che l’autrice ha fatto un ottimo lavoro.




venerdì 22 marzo 2013

Recensione: "Perfetto" di Alessia Esse


Questo è un libro che ho acquistato senza troppe riflessioni, cosa che, invece, mi capita spesso di fare quando un romanzo mi sembra promettente, ma non conosco molto bene l’autore. Prima di spendere i miei soldini ci penso sempre dieci volte: anche se magari si tratta di un costo relativo, come per gli e-book, se il libro si rivela poi deludente, mi sembra di aver subito un vero e proprio tradimento.
Conosco molto bene lo stile di Alessia Esse. Per quanto permettano i social network, un po’ conosco anche com’è lei e sapevo che, al di là di ciò che suggeriva la sinossi del libro, avevo appena acquistato un prodotto di qualità e che non mi sarei pentita per niente.
Per di più è una scrittrice esordiente e, quindi, al di là di tutto, darle una possibilità è più che doveroso.
Inoltre, si è auto-pubblicata. Di questo dettaglio, parlerò più avanti.
Allora, questo primo romanzo di quella che sarà una trilogia, mi è piaciuto molto. Ho ritrovato una scrittura fresca, semplice, chiara e fruibile da un pubblico vasto. Perfetto soddisfa ogni tipo di lettore, e lo affermo in qualità di non amante particolarmente il genere distopico. E’ una storia di grandi sentimenti: troviamo una straordinaria amicizia, l’amore incondizionato per la famiglia, il rispetto e la dedizione verso il proprio paese. Con la stessa cura con cui vengono tratteggiati gli aspetti positivi, l’autrice si dedica anche a quelli “negativi”: l’autorità imposta, il senso di ribellione, lo sterminio del genere maschile. E poi ci sono le sfumature: a mio parere, lì Alessia dà il meglio di sé. Il cattivo non è mai completamente cattivo, l’eroe non è immune alla paura, l’amico non è pervaso solo da sentimenti di amicizia. Infine, c’è l’amore a cui, secondo me, è riservato il giusto spazio considerando il contesto della storia, senza eccessi.
Perfetto non è una storia d’amore, ma non è nemmeno una storia d’amicizia.
E’ la storia di una trasformazione.
Conosciamo, qui, Lilac e la sua vita a Malorai. Ci lasceremo incuriosire dal personaggio della Vecchia, così come da quello di nonna Francesca e Vega G. In questa parte iniziale del romanzo, vengono gettate delle ottime basi: si chiariscono quei dettagli che differenziano Malorai dal mondo chiuso; si realizza anche la collocazione spazio-temporale e viene fatto in modo molto originale, inserendo la figura di Rose, un personaggio singolare di cui mi auguro sapremo molto di più in Segreto (il secondo libro della trilogia di Lilac). A cominciare dall’incipit della storia, proseguendo nel corpo centrale, fino alla conclusione, in ogni riga del romanzo ci sono sempre delle cime invisibili con un passato non del tutto dimenticato. Lo scenario cambia presto e segue un “on the road”, aspetto che molto appassiona questa talentuosa scrittrice e che viene trattato con la tempistica giusta, senza fretta e centrando gli elementi che saranno funzionali alla storia. L’“on the road” è mirabile a questo proposito: è il vero collegamento tra Malorai e ciò che resta del mondo, tra presente e passato, tra la Lilac che è stata e quella che è in divenire.
Com’era previsto, Perfetto si conclude senza concludersi realmente, ma l’autrice sta lavorando al seguito e sono certa che darà risposta a tutte le domande rimaste insolute. La trama di questa storia non è solo originale. E’ complessa, verosimile, intrigante. Lo stile è scorrevole, non pretenzioso, senza per questo apparire banale.
Riguardo le modalità di pubblicazione, mi pare doveroso spendere qualche parola.
Senza troppo girarci intorno, a mio parere, per il self-publishing in Italia dovrebbe essere conseguito tipo un brevetto, dopo  adeguato corso di laurea decennale. Un po’ come per la libera procreazione, cosa che mi sentirei caldamente di vietare con metodi alla Gestapo. Troppi sono gli scribacchini che si improvvisano grandi scrittori, compiendo scempi inauditi dei loro lavori e seminando un clima di terrore e diffidenza tra i poveri lettori. Come per molte altre cose in questo paese, si sta diffondendo l’abitudine del prendere scorciatoie comode per realizzare i propri sogni. Chi non ha talento va in televisione a ballare/cantare/spogliarsi e via discorrendo perché tanto, l’importante è farsi vedere, senza considerare che tra fama e fame c’è solo lo spazio di una vocalina. E quando sento “auto-pubblicazione” per gli autori italiani (oltreoceano è tutta un’altra storia. Ovviamente ci sono sempre le eccezioni e non tutti i self-publishing sono validi solo perché stranieri, ma c’è un’impostazione differente e la cosa si sente), spesso giro a largo. Ciò in cui si rischia di incappare sfiora l’indecenza nell’80% dei casi di auto-pubblicazione. Va anche detto, però, che lo stesso accade per molti prodotti provenienti dall’editoria (pure quella non a pagamento). Vi risparmio i dettagli: sto ancora cercando di dimenticare.
Il caso di Perfetto è tutt’altra cosa.
L’autrice sa cosa fa e sa dove mettere le mani. Ho riscontrato un buon editing (ci sono davvero pochissimi errori di battitura, l’ortografia e la grammatica sono eccellenti, qualche refuso solo negli ultimi capitoli, ma è un gusto personale) che nulla ha da invidiare agli editing professionali; particolari curati, sia nella copertina che nell’impaginazione; soddisfacente la reperibilità del prodotto, su Amazon o direttamente all’autrice; prezzo più che onesto (considerato che si buttano soldi veri per delle porcherie annunciate). Insomma, sono più che soddisfatta.
E mi sento di consigliarvelo, così come vi invito a recensirlo sui canali che reputate a voi più confacenti: voi ci perdete un’oretta, ma avrete reso un servigio ad una ragazza con del talento vero, che mette entusiasmo e passione in quello che fa, ottenendo ottimi risultati.
Personalmente, ritengo che oggigiorno siano dei diamanti in mezzo al mare.
Buona lettura a tutti!
  

domenica 9 settembre 2012

Recensione: "Black Friars - L'Ordine della Chiave" di Virginia de Winter


Ho atteso diversi giorni prima di decidermi a lasciare una recensione a questo libro. Alla fine della lettura ero troppo così per farlo.
Virginia de Winter non si smentisce anche in questo secondo/primo libro della saga di Black Friars (l’autrice, dopo l’uscita del terzo libro – L’Ordine della Penna –, ha confermato che ce ne sarà anche un quarto).
L’Ordine della Chiave è la storia di Eloise ed Axel. Avendo già letto il primo/secondo della serie (L’Ordine della Spada, il primo volume in uscita per ordine di pubblicazione, ma il secondo in linea temporale con la storia), sapevo come sarebbe finito questo qui, ma non sapevo “perché”.
Cercherò di non spoilerare troppo. Axel ed Eloise sono giovani, innamorati, passionali. Forze troppo potenti si frapporranno nel loro idillio. La trama pare quasi banale. Per me che già sapevo cosa sarebbe accaduto nel “futuro” è stato un continuo “Ah, ecco perché succedeva questo”. La cosa che mi ha lasciato sinceramente colpita e ammirata è stata l’abilità dell’autrice di incastrare gli eventi con una perizia degna di un esperto chirurgo. Se L’Ordine della Spada vi ha lasciato con parecchi dubbi da fugare, non potete non leggere L’Ordine della Chiave: è necessario, oltre ad essere un vero e proprio piacere.
In questo libro, la de Winter “aggiusta il tiro”. I periodi appaiono meno pesanti, lo stile più leggero e scorrevole, senza che ne sacrifichi la ricercatezza. Lungi dall’intento di rendere auliche e pompose le descrizioni, si capisce subito che questa scrittrice ama la parola scritta. Ama giocarci, farla volteggiare sulla punta delle dita per un po’ prima di concretizzarla nella scelta di un termine piuttosto che un altro.
Se chi legge lo fa pensando “vabbè, ma quando si arriva al sodo?”, chiudete il libro, questa storia non fa per voi. Se, di contro, leggete lasciandovi prendere per mano dall’autrice e accompagnare tra i corridoi del Collegio di Aldenor, o in uno dei vicoli bui e maleodoranti del Canale dei Fraticelli, abbandonandovi con fiducia, permettendole di stuzzicare la vostra curiosità ed il vostro acume al suono della sua voce, non potrete restare indifferenti a questo meraviglioso percorso. Ripeto: sapevo dove la storia de L’Ordine della Chiave sarebbe andata a parare, eppure questo non mi ha impedito nemmeno per un istante di apprezzarne la trama, sì, ma soprattutto il capolavoro strutturale e l’opera di presentazione e caratterizzazione dei personaggi. Stephen Eldrige resta una delle perle di questo libro a mio parere, oltre ad Axel, sviscerato nel suo percorso di “defanciullizzazione”. Persino Belladore, l’antagonista, è descritta e trattata con pennellate delicate e sfuggenti, ma dai colori forti e dai forti contrasti, che la rendono una figura indimenticabile.
Mi sono imposta di non celebrare estaticamente questa ulteriore prova di talento di Virginia de Winter, sforzandomi di restare nel campo dell’obiettività. Potrei aver felicemente fallito. Ormai, mi capita sempre meno spesso di trovare dei libri magici, di quelli che ti fanno compagnia anche da uno scaffale della libreria, mentre passi, lo scorgi e rammenti con nostalgia del tempo trascorso insieme.  
Il mio consiglio è di acquistare il cartaceo. L’esperienza di traslazione dalla realtà diviene palpabile mentre si sfogliano le pagine e l’odore della carta stuzzica l’olfatto, mentre si legge di candele che bruciano lentamente e diffondono caldi bagliori in una stanza.
Naturalmente, non sto nella pelle al pensiero di finire la rilettura de L'Ordine della Spada, per poi dedicarmi a L'Ordine della Penna.
Libro per tutti, estasi per gli intenditori.
Consigliatissimo.

martedì 1 maggio 2012

Recensione: "Black Friars - L'Ordine della Spada" di Virginia de Winter


“Black Friars – L’ordine della Spada” e il suo prequel “L’ordine della Chiave” sono nella mia libreria da molti mesi, in alto, dove nessuno li può raggiungere, ma dove posso vederli bene e mi hanno fatto compagnia per moltissimo tempo semplicemente stando lì, a guardarmi dal loro posto d’onore. Com’è possibile? Come molti lettori di EFP ero a conoscenza della fama di Savannah, ma il fandom di appartenenza non mi era familiare, dunque non avevo mai letto nulla di suo. Eppure ne sentivo, di lodi notevoli nei suoi riguardi da parte di autrici da me molto molto apprezzate. Quando ho letto per curiosità qualcosa da lei scritto sono bastate pochissime righe per farmi capire con chi avevo a che fare: un talento come pochi. Ricordo poco dello stralcio letto quella volta, ma ricordo la sensazione di una descrizione in particolare: quell’attimo di trepidazione nel momento del soffio delle candeline di una torta di compleanno. Una scena comunissima, nulla di speciale. Ma le parole … il modo in cui l’autrice ha giocato con esse, creando una descrizione assolutamente evocativa, mi hanno rapita all’istante.
Folgorata.
Ho letto, quindi, Original Sin. L’ho divorato. Hermione e Draco, per me che non ho letto la Rowling (andrò all’Inferno per questo?) saranno sempre quelli descritti da Savannah (no no, andrò al rogo probabilmente) e da un’altra autrice maestra in questo pairing.
Ma sto divagando.
Sapevo, per farla breve, che leggere Virginia de Winter sarebbe stato molto di più che sfogliare una decina di paginette al giorno, quando e se hai tempo. Sapevo che sarei stata risucchiata, che avrei dovuto dare del mio in quest’avventura. Non come quando subisci un film o un libricino carino, ma senza troppe pretese. Ero certa che la lettura mi avrebbe trascinata in un mondo sconosciuto, che avrei partecipato della vita dei personaggi, delle loro emozioni e che ne sarei stata avvinta nel modo più assoluto.
E’ stato assolutamente così.
Cinque giorni in cui questo libro (Black Friars – L’ordine della Spada) mi ha accompagnata ovunque. Cinque giorni in cui le ore della notte sono state pochissime, in una di queste non più di due.
Ma andiamo per gradi.
La trama della storia è assolutamente originale. Virginia de Winter ha creato un mondo fantastico, in cui creature della notte coesistono con esseri umani, sullo scenario affascinante e senza tempo di atmosfere gotiche, fatte di gargoyle che urlano mute nella pietra e lastricati lucidi per l’umidità della notte. La maggior parte della trama si svolge proprio di notte e considero una dote di pochissimi autori essere capaci di mantenere le cupe atmosfere, il senso di claustrofobia di un cimitero che pullula di creature soprannaturali, o l’ansia di trovare un bagliore di luce alla fine di una galleria sotterranea, per la durata di quasi l’intero libro. Ogni descrizione, particolareggiata nei dettagli, ricca, evocativa ha reso alla perfezione l’idea dello spazio e del tempo, pur lasciando sospesa l’idea di uno spazio e di un tempo reali.
Sarei stata infinitamente delusa, nonché annoiata, da una particolareggiata “lista della spesa”. I riferimenti storici sono accurati, ma appartengono ad un’altra storia: chi cerca di collocare Black Friars in un’epoca storica reale si perderà metà della bellezza del libro a cercare di star dietro a Nationes, Linee di Sangue, Ordini vari, sforzandosi di ricordarli tutti e cozzando contro le proprie personali conoscenze di un periodo più o meno vago del passato. Errore. L’ambientazione descritta da Virginia de Winter ha tutto, credetemi. Basta leggere con fiducia, aprirsi e donarsi.
Chi pensa di poter leggere Black Friars con superficialità, sbaglia lettura. I colpi di scena, i batticuori, anche le risate (questa scrittrice ha un’ironia sottile e una vena tragico-comica deliziosa), nonché le lacrime, non mancano per tutto l’intero libro. Ad una lettura disattenta e veloce, probabilmente alla ricerca di particolari grezzi e di comprensione immediata (lui ama lei-lei ama l’altro-l’altro ama se stesso)si può restare sicuramente spiazzati. Non troverete mai nulla del genere in questa scrittrice. La de Winter stuzzica la curiosità, attiva l’ingegno anche dei più pigri purché acuti e volenterosi, lascia tanti indizi che troveranno sicuramente compimento in un disegno più grande del semplice paragrafo o capitolo. La trama si sostiene perfettamente in tutte le seicento e passa pagine e tutto ha una spiegazione. Che amarezza se avesse sminuito l’acume dei suoi lettori ritenendo necessarie spiegazioni sommarie che avrebbero solo rischiato di rovinare l’essenza stessa della struttura narrativa!
Struttura narrativa che, naturalmente, è solidissima. Ogni singolo personaggio ha una sua autonomia e sue caratteristiche caratteriali peculiari. Ogni aspetto di una personalità nelle mani di questa scrittrice assume uno spessore nuovo. Nulla è lasciato al caso, nemmeno il profumo delle rose.
E così, con l’avanzare della lettura si chiariscono le relazioni, le situazioni, le richieste come un incastro perfetto di un puzzle. Solo una grande scrittrice può creare nel lettore uno stato di ansia e trepidazione, tanto da spingerlo a domandarsi “e adesso?”, così come a rispondersi “ne voglio ancora”.
E nasce per questo “Black Friars – L’ordine della Chiave”, che mantengo gelosamente ancora nel suo posto d’eccellenza, conscia che l’astinenza sarà durissima da sopportare, fino a quando il sequel della storia vedrà la luce.
Sullo stile di Virginia non posso che spendere poche, banalissime parole. Sempre ad una lettura superficiale potrebbe apparire troppo “aulico”, quando non lo è per niente: le metafore sono calzanti ed appropriate, mai ripetitive, ma ogni volta nuove ed originali. Questa donna, quando scrive, è come se filasse un arazzo: in quattro righi puoi vedere un intero, meraviglioso dipinto.
L’avvicendarsi delle situazioni ha il chiaro scopo di solleticare la mente del lettore e di spingerlo a proseguire nella scoperta degli eventi, tutti concatenati tra loro con mirabile maestria.
Sono contentissima che una scrittrice italiana così dotata abbia avuto lo spazio che merita tra le pagine di un libro assolutamente coinvolgente, avvincente e affascinante al punto tale che interrompere la lettura per attendere ai propri doveri diventava un dolore quasi fisico.
E sono contenta di aver riservato ai suoi libri uno spazio d’onore nella mia libreria e nel mio cuore.
Consigliatissimo a tutti. Ai più giovani che si aspettano da un fantasy l’intrigo e il mistero, così come ai meno giovani che possono sperimentare la qualità di un buon libro anche in un genere poco battuto.
  

sabato 25 febbraio 2012

Recensione: "Il tizio della tomba accanto" di Katarina Mazetti

"Desirée è una bibliotecaria di trentacinque anni rimasta vedova di un biologo bello e intelligente, che non ha mai però conosciuto davvero. Quando lui è morto, investito da un camion, lei si è sentita tradita e offesa, e durante le ore che passa sulla panchina del cimitero davanti alla sua lapide, essenziale e sobria, più che dolore prova un inspiegabile risentimento. Benny è un allevatore di vacche da latte, rimasto solo a gestire la sua fattoria da quando la madre è morta. La sua vita è scandita dagli imprescindibili orari delle mungiture e dalle lunghe visite al cimitero, durante le quali si dedica con passione alla cura della tomba dei genitori, pacchiana e kitsch quanto basta per far inorridire Desirée. I due si ritrovano a volte seduti sulla stessa panchina e l'antipatia è tanto reciproca quanto intensa. Fino a quando, un giorno, un casuale scambio di sorrisi fa scattare la scintilla e miracolosamente tutto cambia."

La prima cosa che mi ha incuriosita di questo libro è stata la copertina.
A pelle, mi piaceva il contrasto di colori. Poi, ho letto l’introduzione (che vi ho riportato sopra) e ho trovato l’idea della trama molto originale. Quindi, così, mentre sbrigavo le faccende di casa, ho iniziato a leggere.
Quel giorno abbiamo mangiato pasta e formaggino. Perché li avevo in casa.
Odio le cose del tipo “un libro in un solo giorno”, ma è stato proprio ciò che è accaduto.
Desirée è una donna sola, che aveva trovato nel marito una scelta pragmatica e appropriata alla vita perbene che i suoi genitori le avevano inculcato come a lei confacente. Colori sbiaditi e aspetto anonimo, i suoi tratti distintivi, come se volesse urlare al mondo che si prende troppo sul serio per curarsi di inezie come il suo aspetto esteriore. Benny è un allevatore, formato alla dura vita nei campi e con tante rinunce alle spalle per proseguire l’attività di famiglia (attività continuamente sull’orlo del fallimento). E’ una persona pratica, una di quelle che guarda un libro solo per capire se è dello spessore giusto per ritrovare l’equilibrio di un tavolo traballante. E’ in una fase della sua vita in cui pensa sia appropriato sposare altre due braccia utili per il lavoro.
Nessuno è preparato al sentimento che, fulmineo ed inaspettato, scoccherà tra loro e a cui non riusciranno a sottrarsi.
Katarina Mazetti ha un’ironia spietata e non la risparmia a nessuno. I due protagonisti sono, nello stesso tempo, geniali e ridicoli. Non ci sono eroi, in questo libro, ma solo individui veri, con più debolezze e paranoie che nobili sentimenti e stralci di poesia. Nessun profumo aulico ed inebriante, ma solo puzza di stalla ed inettitudine alle fatiche domestiche.
Ho adorato "Il tizio della tomba accanto". In alcuni passaggi, mi sono ritrovata a scoppiare a ridere, per poi guardarmi intorno, timorosa di essere scoperta in flagranza di reato. La scrittura della Mazetti è fresca, briosa e sagace. Il pov alternato fa calare il lettore nella mente prima dell’uno e poi dell’altro personaggio, senza risentire di un grosso stacco narrativo, ma distinguendo, ugualmente bene, i due caratteri.
E’ una storia realistica.
Sapevo fin dall’inizio di non potermi aspettare un finale a cuoricini, non sarebbe stato all’altezza di questa scrittrice. Eppure, il finale lo trovo esattamente “giusto” per questi due *eroi di tutti i giorni*. Una storia che si basa sulle sfumature della vita, sulle divergenze che si tenta in ogni modo di far diventare convergenze, sulla tenacia con cui ci si aggrappa alle proprie convinzioni col rischio, spesso, di perdersi esperienze incredibilmente emozionanti strada facendo.
Lo consiglio davvero a tutti, precisando che in un viaggio, talvolta, non è importante dove si arriva, ma il percorso che si compie per farlo. E, soprattutto, in compagnia di chi.
La Mazetti ha scritto anche il seguito, intitolato "Tomba di famiglia", che sto attualmente leggendo.
Buonissima lettura a tutti XD


venerdì 2 settembre 2011

Lara Adrian vs J.R. Ward: Perché leggerle entrambe?



Come molti di voi sanno, è praticamente un mese che sono senza connessione internet. Panico all’inizio, rabbia contro la signora Telecom poi, infine serena accettazione adesso. Niente da fare, non intendono sistemare l’impianto esterno fatiscente, ma continuano a rattopparlo e a propinarci un sacco di scuse: avete cambiato i filtri? Avete cambiato telefono? Avete provato a staccare il router wifi e a connettervi via ethernet? L’unica cosa che non mi hanno chiesto, la più intelligente, era domandarmi quando avrei anche cambiato gestore. “Presto”, avrei risposto, “il tempo di trasferirmi a casa nuova tra una quindicina di giorni” (<-- che poi anche qui, è tutto da vedere, ma questo è un altro post).
Comunque sia, ho avuto un mucchio di tempo per leggere. E per scrivere? Direte voi. Anche, ma senza linea le mie alucce sono tarpate, dato che tra i miei strumenti essenziali di scrittura ci sono il dizionario della lingua italiana e quello dei sinonimi e contrari. Dunque, per quel discorso lì (aggiornamento capitoli) dovrete pazientare, ma so che lo fate già fin dall’inizio ;)
Le mie letture estive sono state da “sotto l’ombrellone”, ovvero sia non troppo cervellotiche, ma improntate al relax. Ogni tanto ci vuole anche quello, specie se gli sgorbi ti assalgono a suon di macchinine da riparare o ti assoldano per rincorrerli per il giardino, quaranta gradi all’ombra, 80% di umidità e nemmeno un alito di vento.
Ebbene, ho fatto pace col cervellino allucinato e ho iniziato la saga della Ward, La Confraternita del Pugnale Nero. Trattasi di Paranormal Romance per adulti. Devo confessare subito che la mia vena perversa ha gioito leggendo qualche commento via web (a volte, miracolosamente la connessione fa capolino per, poi, dissolversi con la stessa rapidità). Pare che il sesso fosse straordinario, davvero “paranormale” a discapito, però, di una trama elaborata con non particolare cura.
J.R. Ward, che tu sia lodata.
Se per leggermi una scopata decente dovevo sorbirmi litri di chiacchiere come se stessi prendendo una purga, probabilmente avrei abbandonato immediatamente la lettura al primo libro (ce ne sono sei tradotti in italiano, più altri due pubblicati in inglese. Le pubblicazioni in Italia si fanno a settembre e a maggio se non erro, quindi, regolatevi). Non mi soffermo sul recensire, non c’è molto da dire. La trama è, appunto, semplice. I bravi sono una confraternita di vampiri guerrieri, buoni ma non troppo, mentre i cattivi sono degli esseri senz’anima che più cattivi non si può. Una lotta senza fine, ovviamente.
Partiamo dal presupposto che questa cosa dei “confratelli” mi ha esaltato da subito. Sarà che me li immagino tutti insieme mentre … ehm … uhm …  attendono ai loro compiti, diciamo. Ogni libro tratta un personaggio e la sua storia (compresa quella d’amore, of course) e ogni personaggio è diverso dagli altri. C’è suspance al punto giusto, c’è dolcezza (ancora più dolce perché viene da omoni grandi e grossi che farebbero paura anche all’uomo nero), e c’è sesso. Tanto tanto sesso. Forse, all’inizio, il linguaggio particolarmente esplicito mi ha un secondo disturbata, ma nemmeno poi troppo. E’ una caratteristica dell’autrice, ma è ben inserita nel contesto, perché la Ward è molto diretta e intensa.
E i protagonisti sono sempre dei super, è vero, ma hanno le loro debolezze sulle quali l’autrice non si risparmia mai, anzi, ci gioca parecchio. E anche i personaggi femminili acquistano una certa femminilità, cosa che un po’ si è persa a ben guardarsi in giro. I libri che ho apprezzato di più, il primo e il quinto, hanno proprio dei personaggi femminili tosti che strada facendo riscoprono il loro lato più delicato grazie all’irresistibile determinazione di quelli che diventano i propri compagni.
Tratto dal quinto libro, quello di V (Grazie cara autrice anche per aver scelto di usare solo le iniziali invece dei nomi, risparmiando al mio cervello un surriscaldamento inutile):

” «Voglio che mangi questa roba», insistette lei, guardandolo. «In qualità di suo medico curante...»
«Mi rifiuto di mangiare dal suo piatto.» Per l'amor del cielo, nessun vampiro degno di questo nome avrebbe mai sottratto il cibo alla sua compagna, neanche se stava morendo di fame. I bisogni della femmina avevano sempre la precedenza su tutto il resto”.

E ancora, una delle scene più erotiche che abbia mai letto, sempre dal libro di V, mentre la dottoressa che lo ha salvato da un attacco dei lesser (i cattivi di cui sopra) provvede a lavare il guerriero convalescente, nudo, sul letto con una pezzuola bagnata:


”«Jane? Guardami.» Come se fossero sotto il controllo del paziente, i suoi occhi si alzarono lentamente fino a incontrare quelli di lui. «Non la mia faccia, Jane. Devi guardare la mia mano. Subito.»
Lei ubbidì; non la sfiorò nemmeno il pensiero che poteva anche non farlo. Appena lo fece, la mano guantata lasciò andare le lenzuola e si chiuse intorno al membro turgido. Soffiando fuori il fiato tutto in una volta, il paziente fece scorrere la mano su e giù, lungo la verga, il cuoio nero del guanto in netto contrasto con il rosa acceso del suo sesso. Oh... mio... Dio.
«Vuoi farlo tu, vero?» disse lui in tono aspro. «Non perché mi desideri, ma perché ti stai chiedendo come sarebbe, e cosa mi succede quando vengo.» Intanto continuava ad accarezzarsi e lei non capiva più niente. Era stordita, completamente,
«Non è così, Jane?» Aveva il respiro sempre più corto. «Vuoi sapere cosa si prova a toccarmi. Che versi farei. Che odore avrei.»
Non stava facendo di sì con la testa, vero? Cazzo, sì che lo stava facendo.
«Dammi la mano, Jane. Lascia che la posi qui sul mio corpo. Anche se la tua curiosità è puramente professionale, voglio che tu mi faccia venire.»”

Bene, penso di aver detto tutto quello che serve … *ammicca*
Per concludere con la Ward, direi che ci troviamo dinnanzi ad un ottimo prodotto commerciale, a mio parere, che si inserisce in un momento storico particolarmente favorevole. Quindi, alla Ward dieci e lode per capacità e furbizia.
Dopo essermi tirata i sei libri in italiano (scorrono via che è un piacere, vi assicuro), ho preso ad informarmi su autrici che bazzicassero lo stesso genere. Una nota di merito a Larissa Ione con “Brivido eterno” da cui traggo questo stralcio:


“Ansiosa di raggiungere il piacere definitivo, gli strinse forte le gambe
attorno alla vita conficcando i talloni dietro le sue cosce.
Eidolon reagì ringhiando, puntellò i gomiti all'altezza della sua testa e
cominciò a spingere più velocemente. Infilando una mano sotto l'uniforme
ospedaliera, Tayla accarezzò le protuberanze dure della sua spina dorsale, i
muscoli contratti della schiena, i glutei tesi che si contraevano ulteriormente
sotto le sue dita.
«Di più. Più forte.»
Eidolon staccò le labbra dalle sue. «Più forte?» Con una spinta forte e
potente, il letto si spostò in avanti. «Dimmi quanto di più.»
Parlare sembrò impossibile quando lui le sollevò i fianchi e la montò più
forte e più a fondo, facendole scorrere il fuoco nelle vene. «Così» disse lei tra
un respiro affannoso e l'altro. «Continua così.»”


Ecco, siamo sempre nel campo degli esseri soprannaturali, dove lui è un demone Seminus (nel nome c’è il fulcro del discorso).
Nota di profondo demerito per Laurell Hamilton e la saga di Merrie Gentry. Vabbè che sono letture estive, vabbè che non devono essere troppo elaborate, va bene tutto, ma una porno collection senza capo né coda, è troppo squallida perfino per la parte più animalesca di me. Non avevo mai abbandonato un libro senza concluderne la lettura fino a questa autrice. Ekekazo ù.ù (<- libera citazione di L_fy, di cui vi consiglio senza ombra di dubbio questa storia)
Vagando vagando sono incappata in Lara Adrian e la sua Stirpe di Mezzanotte (saga anche questa, cinque libri pubblicati in Italia, nove in America, mi pare).
Allora, io nutro un istintivo disgusto per le scopiazzatrici in generale e di certo la Adrian ha scopiazzato la Ward. Anche qui ci sono i vampiri buoni e al posto dei lesser ci sono i vampiri tossici di sangue umano. Anche qui c’è un covo dove tutti i buoni vivono ammucchiati insieme (adoro questa cosa dell’ammucchiata, non posso farci nulla) e si chiamano fra loro fratelli. Come stile siamo parecchio al di sotto della Ward e nelle mie intenzioni non avrei proseguito oltre il primo libro. Non ci vedevo elementi innovativi in una storia che pareva solo voler ombreggiare la Confraternita del Pugnale Nero, ma poi ho letto i ringraziamenti finali, tra cui quelli a Jessica Bird (di cui J.R.Ward è lo pseudonimo).
Ammazza, ho pensato, questa la copia e ci lascia pure i credits. Ma siamo in America, un passo avanti ovunque (mi dicono ù.ù), e se la Ward non ha portato la Adrian in tribunale un motivo ci sarà.
E allora ho continuato a leggere anche gli altri libri.
La conclusione è questa. Dopo i primi due libri la Adrian si slega completamente dalla Ward e ne colma le lacune in maniera perfetta. In particolare pone l’accento sul morso vicendevole (umano-vampiro) e lo connota di un significato erotico straordinario. Il terzo libro, quello di Tegan, supera tutti quelli letti finora nel genere Paranormal Romance in toto, senza alcun ombra di dubbio. Il personaggio maschile è … è. Punto. Quello femminile è il più cazzuto letto fino adesso. Almeno quattro o cinque volte ho interrotto la lettura, alzando gli occhi al cielo e pensando “Maduuuuu”, rinfocolando l’estasi mistica della lettrice completamente rincoglionita.
E allora, sì. Chi legge/ha letto la Ward e non è ancora sazia di lettura d’evasione deve leggere anche la Adrian e viceversa.
Consideratele uno strascico dell’estate che volge al termine, un rimpolpare gli ormoni prima del gelido inverno, uno staccare la spina per chi anche in questi mesi estivi non è che si sia poi rilassata davvero.
Consideratele un modo per coccolare lo spirito e il corpo dai quali tanto spesso pretendiamo più di quanto possano darci XD
Buona lettura :*

lunedì 4 luglio 2011

Recensione: "Proibito" di Tabitha Suzuma

Avendo scoperto le meraviglie dell’I-Phone che mi consente di leggere ovunque e in qualunque momento, ed essendo impossibilitata a scrivere come si deve dato che i miei sgorbi stanno prosciugandomi tutta l’energia e la concentrazione, sono diventata uno di quei mostri che camminano con il cellulare alla mano e ha deciso di perdere la vista strizzando gli occhi per mettere a fuoco le parole sul maledetto display.
Con il ritmo di parecchi libri a settimana, mi è capitato “Proibito” di Tabitha Suzuma tra le mani (ops, sul display di cui sopra).
Proibito necessita di una recensione.
Leggendo le grandi lodi tessute da persone che stimo, l’ho guardato con sospetto per un po’, poi ho deciso di iniziarlo e in un giorno l’ho bruciato.
Bruciato è la parola adatta.
Non posso individuare il momento preciso in cui ho capito che questo libro era un grande libro. Leggo con curiosità, forse un po’ di scetticismo e nostalgia le storie incentrate su personaggi adolescenti. Spesso chi le scrive si perde nel ragionamento un po’ contorto e romantico dell’età e, suo malgrado, connota i caratteri del proprio giudizio personale e a me questo non piace. L’autrice di questo libro, non lo fa, pur descrivendo una realtà amara attraverso gli occhi proprio di due ragazzi. Quello che mi ha colpito subito è stato che i due adolescenti erano tutto, tranne che ragazzi della loro età. Erano genitori dei propri fratelli, adulti loro malgrado, che si occupano di mandare avanti una casa, di pagare le bollette, di fare la spesa, di sorvegliare e disciplinare le teste più calde della famiglia. Maya e Lochan diventano la madre e il padre della loro madre, sono, già dalle prime pagine del libro, degli adolescenti mancati che hanno fatto un salto temporale tra l’infanzia e l’età adulta.
Eppure, non perdono mai la loro innocenza, il loro candore di bambini. Vivono ogni giorno il peso delle responsabilità, senza riuscire a gestire la frustrazione e lo stress che non sarebbe mai dovuto toccare loro, sentendosi  sempre dei disadattati nel mondo reale che dovrebbe vederli come dei diciassettenni e basta. Ma nelle mura della loro casa, non lo sono da tempo e questa è una frattura che non possono più ricomporre, nonostante gli sforzi, semplicemente perché non è loro compito.
La percezione della realtà che hanno è l’unica che conoscono, i soli conforti che trovano sono quelli che hanno l’uno per l’altra. Ed è proprio nell’affrontare la quotidianità che ad un tratto si trovano ad essere insieme la sola ancora di salvezza a cui potersi aggrappare per non affogare.
Lottano, scalciano, cadono, cercano di rialzarsi. E amano. Amano tanto, in modo puro, in modo disperato.
Finire questo libro è stata una liberazione e un dolore. E un dispiacere. Come se fossi entrata di soppiatto nella loro vita dura e difficile e fossi restata impotente, come madre, senza poterli aiutare, confortare e sostenere.
Un libro per tutti, ma soprattutto per chi è un genitore.
Fate un bel respiro ed iniziatelo.