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sabato 30 gennaio 2016

Family is every day!

Sgorbietto si sciroppa quattro ore di terapia a settimana da un anno e mezzo. Da un anno e mezzo ad oggi, ogni settimana il centro di riabilitazione mi vede sua ospite per quattro ore, quattro lunghissime ore e, come me, altri genitori peregrinano nella sala d’aspetto cercando di riempire il tempo come possono. Qualcuno ne approfitta per sbrigare qualche servizio, qualcun altro aiuta i figli a svolgere compiti per la scuola, molti chiacchierano tra loro, qualcuno ancora si ritira in un angolino a leggere dal proprio kindle (una a caso…).
Lo so, sono asociale.
Lo so, sono una pessima persona.
Don’t judge me.
Quando sollevo lo sguardo dal kindle, vedo cose che mi fanno pensare a quanto sono fortunata e a quanto lo è mio figlio che, in quel centro, ci va solo per correggere la CI che lui pronuncia SCI. Vedo persone che sorridono quiete e continuano a farlo quando vengono riportati i loro figli, felici che, forse, quel giorno hanno imparato a infilare il giubbotto. O forse no ma, prima o poi, magari ci riusciranno.
Sarà che sono diventata diffidente di natura, più probabilmente sarà che mi sforzo a tutti i costi di imparare ad esserlo, a malapena conosco il nome del bimbo che, da un paio di mesi, fa terapia insieme a sgorbietto.
Bene, ieri sera è successa una cosa. Il bimbo che fa terapia di gruppo con il mio finiva il suo percorso riabilitativo ed era stata organizzata una festicciola di saluto. Al termine, la madre mi ha chiesto di darle un passaggio perché non aveva l’auto. Accetto senza problemi, facciamo pure la stessa strada. Per la prima volta in tanto tempo, scambiamo qualche chiacchiera.
Mi spiega che l’auto, in verità, l’avrebbe anche, ma non può permettersi di pagare l’assicurazione. Non ne ha mai fatta una e le tocca di pagare il massimo, partendo da una prima categoria. Mi spiega che non le è permesso usufruire della legge Bersani, perché è separata e il suo ex-marito le ha detto chiaramente che può pure arrangiarsi, non sono problemi suoi come fa a portare il figlio a riabilitazione.
Io annuisco, ma taccio. Ho imparato da tempo che le persone hanno alle spalle tante storie diverse e che non si dovrebbe mai giudicare, senza conoscere i fatti. Taccio, ma sento un po’ l’embolo partire.
Chiedo alla mamma dove deve arrivare, non ho problemi a portarla dove vuole, anche se significa deviare dal mio percorso abituale.
Nel tragitto, le chiacchiere diventano piccole confidenze.
Ha sempre il sorriso sulle labbra, questa mamma, quando mi dà l’indirizzo del Centro Antiviolenza in cui è seguita, assieme ai suoi due figli. Mi dice, senza imbarazzo, che segue un percorso di psicoterapia anche lei e che, con i figli, temporaneamente vive dai suoi genitori. Con un po’ di sacrificio fra un po’ riusciranno tutti e tre a trasferirsi nella loro prima vera casa.
Poi, mi racconta.
Mi racconta dei regali che seguivano i ceffoni. Del biasimo da parte della famiglia e degli amici, dell’incredulità di quanti conoscono il marito (consulente bancario) e sanno quanto questi sarebbe una persona perbene.
Mi racconta di quando ha pensato che sarebbe morta e, solo allora, ha avuto il coraggio di denunciare.
Mi si stringe il cuore, quando le chiedo come è riuscita a trovare la forza di fare tutto questo.
E allora lei mi spiega che, di 90 denunce per maltrattamenti, solo 3 vanno davvero avanti e che, sì, di forza ce n’è voluta tanta. Specie quando gli assistenti sociali le volevano togliere i figli perché, una donna che resta in famiglia pur subendo i maltrattamenti, non ha pensato al bene dei propri figli. Che non aveva un lavoro, non aveva dove andare, ma ha innescato lo stesso il meccanismo assurdo della burocrazia che continua ad assicurare a questo genitore i diritti di padre, ma mette in dubbio la sua capacità di madre e svilisce in modo vergognoso la sua dignità di donna.
Ha il volto un po’ stanco, questa mamma che deve aver affrontato cose che io ho solo letto nei libri o ascoltato nelle cronache del telegiornale. Ma ha lo sguardo sereno e, in fondo a quegli occhi, c’è una determinazione che solo chi ha lottato davvero può permettersi.
Si imbarazza un po’ quando mi confida che è bruttissimo vivere con una persona che non ti stima.
E qui sono stata davvero in silenzio.
Mi dice il nome dell’altra sua figlia, un nome particolarissimo che non avevo mai sentito, e penso all’amore, alla cura con cui devono averlo scelto. Penso alla delusione che si cela nell’apparenza composta e posata di questa donna. A come la sua idea di famiglia si sia sgretolata e alla fatica che compie ogni giorno per fare cose che io do per scontate, come prendere l’auto e portare mio figlio alla terapia.
Mi invita, quando si saranno sistemati, ad andarla a trovare nella sua nuova casa: non è molto grande, ma suo figlio e il mio potranno giocare insieme e ne avrebbe piacere.
Accetto molto volentieri e quando esce dalla mia auto, esco anche io per stringerle la mano e dirle che, per quel che possa valere, ha la mia stima.
Perché ho raccontato tutto questo?
Perché oggi accendo la TV e vedo il fiume di persone al Circo Massimo riunite per il Family day.
Leggo striscioni in cui due immagini stilizzate di donne che si tengono per mano e due uomini che fanno la stessa cosa (le immagini che ci sono sulle toilette, per capirci) sono seguite dalla scritta: questo è sbagliato.
Certo che è sbagliato, Dio Santo. Chi va al cesso in compagnia?
Che miseria, pure questo c’è scritto nel decreto Cirinnà?
Perché è chiaro, se si scende in piazza per esprimere il proprio dissenso all’espletare i bisogni fisiologici tutti insieme, beh, allora scendo in piazza pure io.
Ah, no. Si scende in piazza per difendere la famiglia. Per difendere i propri figli.
Da?
Spiegatemelo, io credo di avere qualche difficoltà.
Per quale misterioso motivo dovrei difendere la mia famiglia se due donne o due uomini si tengono per mano? Se si sposano, se adottano un bambino? In quale modo, questo mina la sicurezza della mia famiglia?
Mi toglieranno i miei figli, se verranno legalizzate le unioni civili?
Mi impediranno di vederli, se sarà permesso ad un uomo/donna di assistere il proprio compagno/a in ospedale?
Minchia, Ella, come sei egoista… non pensi al benessere dei resto dei bambini, magari quelli che sono orfani o abbandonati e non hanno una famiglia?
Giusto, pensiamoci.
Ecco, allora un bambino che non ha famiglia ha diritto ad averne una. Fin qui siamo tutti d’accordo. Poi però succede che non tutte le famiglie sono famiglie ed è necessario assicurarsi che la famiglia in cui questo bambino sarà accolto debba essere degna.
Eccerto che deve.
Quali sono le famiglie degne di tale nome?
Le famiglie tradizionali, dicono nel Family day. Come la famiglia della mamma a cui ho dato un passaggio ieri in auto, dico io.
Vedete, il problema secondo me è un altro. In Italia non c’è la cultura della diversità. Anche una mamma/papà che resta solo, per tutta una serie di motivi, è diverso. E in quanto tale, dovrà iniziare a lottare affinché i suoi diritti vengano riconosciuti o continuino a restare tali.
E ora mi domando: ma di cosa stiamo discutendo? Non si discute se una famiglia è degna di tale nome, se i componenti possono assicurare una vita sicura ad un bambino. Qui (anzi lì, al Family day), si discute di altro. Si discute sul fatto che due gay sono liberi di fare quello che vogliono, ma adottare no, sposarsi no, avere riconosciuti i propri diritti dal punto di vista legale no, perché (e cito Gandolfini) due gay non sono malati, però…
Però?
Però che?
Però avete deciso che, a priori, una coppia di fatto non è una coppia, perché è diversa da voi.
Avete stabilito che un bambino senza affetti non può essere adottato da una coppia gay perché quella non è famiglia.
Avete stabilito che, se la famiglia è composta da un uomo e da una donna, allora è una famiglia, tutto il resto no.
Perché voi sapete, e siete sicuri di questo, che gli altri sono indegni.
E lo sono perché, al riparo della loro casa, alla luce del giorno, nei gesti quotidiani, secondo voi si amano in un modo che non è il vostro modo.
E, cosa ancor più grave, in tutto questo discorso ci infilate la religione. Perché non è cambiato nulla, quello resta ancora lo strumento più potente con cui fare i lavaggi del cervello.
Volete lottare?
Lottate. Lottate con tutte le vostre forze. Ma lottate per ragioni reali.
Lottate come quella mamma, che davvero ha dovuto cacciare gli artigli per difendere la sua famiglia.
Lottate contro una burocrazia ipocrita, non per tenervi stretti il diritto di sentirvi dire che ti sei sposata? allora torna con tuo marito, perché quella è la tua famiglia.
Famiglia.
Family day.
Family is every day.



venerdì 1 maggio 2015

Semplicemente... è primavera

Di recente guardavo mio figlio in uno di quei temutissimi momenti per i genitori, quelli in cui c'è del tempo da riempire (per loro) e mille cose da fare (per te).
Dopo aver scartato la TV, i videogiochi, la plastilina (!) e i Lego, l'occhio (il suo) gli è caduto sulla pila di quadernoni nuovi. Già armato di portacolori, ha sfoderato il tipico sguardo da cerbiatto - quello che a cinque anni è sinonimo di breccia assicurata anche nel set di regole più ferree – e ha proteso la manina per farsi consegnare l'oggetto del suo interesse.
Nel microcosmo del pragmatismo, è chiaro che un euro è un prezzo più che ragionevole per l'acquisto di una preziosissima mezz'ora da impiegare in faccende di elevato spessore intellettuale, di quelle che si svolgono di solito davanti ad un asse da stiro trasfigurato da una piccola montagna di bucato stantio.
Ebbene, durante lo schieramento in campo delle tre fazioni – i “da stirare assolutamente”, i “da una botta veloce” e i vincenti “da piegare e amen” - osservavo lo sgorbietto apprestarsi alla sua attività ludica.
C'è qualcosa di incantevole in un bambino che apre un quadernone illibato e ha a disposizione un set di colori con il quale strappare la pagina bianca al nulla. Credo che sia stato quel sorriso appena accennato sulle sue labbra, l'occhio che vagava tra i pastelli alla ricerca della tonalità sintonica con il suo umore, la trepidazione con cui ha accarezzato la pagina vuota un attimo prima di pugnalarla con un rosso fuoco sbeccato, credo che sì, siano stati questi i segnali di quanto mi mancasse realmente scrivere.
Perché è evidente che una maniaca del perfezionismo non potrebbe mai accontentarsi di un post miserevole e privo di senso come questo qui, evidente almeno quanto lo è per un bambino cogliere esattamente il giusto spirito con cui accostarsi alle cose.
Semplicità, divertimento, piacere.
Forse è qualcosa che ha a che fare con la presunzione o con il confortevole impigrimento di un cervello sempre troppo iperattivo, qualunque sia la causa gli effetti non cambiano e dunque sono mesi che non leggete nulla su questo blog.
Vi esonero dall'ingrato compito di sorbirvi i drammi esistenziali della mia vita, di sicuro irrilevanti rispetto ai drammi veri della vita, vi risparmio il girone infernale delle recenti letture di ottavo ordine con cui ho violentato i miei già provati neuroni e: tra Amazon che mi fa notare molto gentilmente che un “soffioi” dovrebbe essere un “soffio”, che “tu mi ha conferito” suona meglio come “tu mi hai conferito”, per non parlare dell'orrore grammaticale di “un immensa distesa” che davvero non si può leggere priva di apostrofo; tra i libri meravigliosi che stazionano sul kindle e che, accuratamente, evito per timore di non dar loro l'attenzione che meritano; tra il tiepido ricordo di un pranzo a base di patatine e sprizt dopo 5 ore di treno e una vita di riflessioni... bene, tra tutta questa ovattata letargia mi permetto un paio di considerazioni del tutto slegate fra loro (o forse no).
Amazon, ho due pagine di word di refusi da correggere nel mio libro di cui mi scuso profondamente con i miei lettori (e ringrazio ancora una volta Silvia Pillin a cui stringo la mano per tante ragioni) e un cartaceo da preparare (a breve, prometto!), per cui davvero mi perdonerà se ho lasciato la sua segnalazione nel marasma degli spam.
Leggete “Le due facce dell'amore” di Nick Spalding. Ci sono momenti della vita in cui una risata fa bene alla salute e momenti in cui un libro è proprio quello che ci vuole per curare l'animo. Prima di trovare la storia adatta a questo frangente della mia vita, ho girovagato a lungo e poi mi sono lasciata conquistare dalla leggerezza ironica di questo autore e dalla piccola meraviglia che è il suo libro. Non prendiamoci troppo sul serio, riscopriamo il semplice piacere di una buona lettura. Ho riso tanto e mi permetto di consigliare di fare lo stesso a chi, per un motivo o per un altro, ha troppi pensieri che lo distraggono. LEGGETE QUESTO LIBRO.
Ho lasciato un pezzetto di cuore in Emilia. Non stava un granché bene, ma l'ho affidato a mani amorevoli, le stesse mani che mi hanno strappato di dosso un paio di strati di dura scorza e poi mi hanno fornito il balsamo con cui ricostruire nuova pelle. Non lo so quanto ci vorrà, ma so che lei c'è e sono ansiosa di farmi strigliare come si deve, nella nostra migliore tradizione sado-maso.
Ho aperto una pagina word.
Ho valutato nel corredo di parole confuse della mia testa quelle che erano pronte a venir fuori, strizzando un occhio benevolo a quelle che per ora non se la sentono ancora.
Ho accarezzato la pagina vuota e poi l'ho pugnalata con questo post.
“Le porte chiuse si devono forzare affinché l'aria pura possa circolare liberamente”.
Non l'ho scritto io, ma Salomone.
Siamo in piena primavera, magari è anche ora di iniziare a svernare senza temere un colpo di freddo dalle porte appena socchiuse...
Buon fine settimana lungo!


domenica 9 novembre 2014

Puzzle Cover Reveal: Trentatrè di Mirya - Sesta tappa -

Eccomi, cari amici, per la mia tappa del Puzzle Cover Reveal di un libro a cui sono particolarmente legata: Trentatré di Mirya.
È cosa di dominio pubblico che il rapporto che lega me e questa autrice abbia oltrepassato la semplice relazione platonica e sia sfociato in una passione devastante. In attesa di fuggire insieme a Parigi, consumiamo alcuni dei nostri migliori amplessi sulle rispettive produzioni letterarie e, vi assicuro, non sono pochi.
Di certo non lo sono in Trentatré e mi trovo nella fortunata posizione di aver avuto una visione in anteprima di quello che a breve sarà un capolavoro pubblicato, una storia diversa, senza tempo e senza spazio, in cui sarà impossibile non riconoscersi.
Mi sono domandata quanto posso spingermi a raccontarvi, non per convincervi all’acquisto, ma per condividere con voi l’impatto devastante che questa lettura ha avuto su di me.
Trentatré è un romanzo che è venuto giù tutto d’un fiato. S’è voluto far scrivere con prepotenza, s’è inserito in progetti già avviati dell’autrice come un tarlo dispettoso e, chi scrive lo sa, se non si dà retta a quella voce nella testa le conseguenze sono tremende.
Quando ho letto il Prologo (qui potete ascoltarlo dalla voce dell’autrice!) ho avuto un istante di perplessità: chi ha letto qualche anticipazione sulla pagina fb di Mirya ne ha ben intuito il motivo, perché questo romanzo ha tra i suoi protagonisti Dio.
Ora, qualcuno dirà: blasfemia!
E avete ragione. E’ blasfemo che se un autore ha il coraggio di far sentire una voce onesta, non politicamente corretta, e di sicuro non in linea con le tendenze all’annichilimento del ragionamento e della consapevolezza tanto in voga ultimamente nell’editoria, debba farlo, probabilmente, a suo discapito.
Perché è facile scrivere di tette e di scuotimenti di membra e di violenze carnali che diventano amori senza confini, ma far scendere Dio sulla terra, dargli una voce, un pensiero, farlo interagire con gli uomini e precettarlo per chiedergli tutto quello che avremmo sempre voluto sapere da Lui, beh, questo è qualcosa che può fare solo una grande scrittrice come lei.
E poiché penserete che sono di parte (lo sono, ma sono anche crudelmente obiettiva e lei lo sa benissimo), vi lascio uno stralcio di una delle mie mail che ci scambiamo da più di un anno (saranno un migliaio, credo), riferito ad uno degli ultimi capitoli:

“…in un momento in cui la Chiesa mi sta stretta, in cui la religione sta perdendo i suoi connotati originari per acquistare il senso del "vedi quanto è maschilista e meschino questo ambiente", beh, in un momento come questo sei riuscita a riconciliarmi con Dio.
E se anche Dio non è Chiesa, la Chiesa dovrebbe essere Dio a parer mio. Vedere che non è così, testarlo davvero sulla mia pelle non come un'imposizione di mia madre, ma come una scelta a mia volta da madre, mi ha fatto nascere molte, molte più domande di quelle che già avevo. Ed erano tante, eh.
Questo Dio del tuo libro che alla fine (…) beh, è qualcosa di sconvolgente. Forse qualcuno dirà blasfemo, io dico emozionante e coinvolgente.
(…)
Quando Dio ha (…), posso giurarti sui miei figli, che l'ho visto davvero grande e onnipotente.
(…)
E mi dispiace che devo iniziare la giornata, sennò non la finivo di certo qui.”

Ho dovuto editare la mail, mio malgrado, per non spoilerarvi nulla, ma accettate un consiglio spassionato: leggete questo libro e gli occhi si apriranno come forse non vi è mai accaduto prima.

Il pezzetto del Puzzle che vi presento è questo. Un ringraziamento speciale ad Annachiara, del blog Please Another Book per le sue idee awesome e per avermi inserita nel tour  *.*



E la letterina, che unita a quelle già inserite negli altri blog che hanno partecipato al Puzzle Cover Reveal vi darà il nome di un personaggio del libro, è questa. 



A che serve? Serve a farvi vincere una copia di Trentatré! Unite le letterine, ricavate il nome e commentate nell’ultima tappa del Puzzle Cover.
Qual è quest’ultima tappa? Dove le troviamo le altre letterine?
Eccovi il calendario:
Martedì 4 novembre: Primo Pezzo Anncleire su Please Another Book
Mercoledì 5 novembre: Secondo Pezzo Erika su Wonderful Monster
Giovedì 6 novembre: Terzo Pezzo kikkasole su Testa e piedi tra le pagine dei libri
Venerdì 7 novembre: Quarto Pezzo Monica & Chiara su Ikigai
Sabato 8 novembre: Quinto Pezzo Lorena su Petrichor
Domenica 9 novembre Sesto Pezzo Maria Luisa su Il Sorriso in una pagina
Lunedì 10 novembre: Settimo Pezzo Rachele su Di Tutto Cuore
Martedì 11 novembre: Ottavo Pezzo Stefania  su Tutto Tondo
Mercoledì 12 novembre: Copertina completa + Trama Anncleire su Please Another Book

Mirya la trovate su Twitter, su Fb, sul suo blog personale.


venerdì 17 ottobre 2014

Il Read Along: quando, dove e perché partecipare.

Due paroline sul Read Along.
All’inizio ero molto, molto scettica.
Avendo i minuti contati per fare tutto, spesse volte la lettura di un libro deve incastrarsi in momenti rubati tra un impegno e l’altro, in modo molto disordinato e con l’effetto “risucchio” (specie se trattasi di un libro da cui non ci si riesce a staccare). Chi di noi non ha mai pensato almeno una volta “vabbè, un altro capitolo e poi basta per stanotte?” (sempre più di rado, ultimamente. Purtroppo.)
Bene, se vi riconoscete nella descrizione del lettore tipo di cui sopra, allora il Read Along è un’esperienza da provare.
Analizziamo i fatti:
1)     Minuti contati: malissimo. All’interno di una giornata è necessario ritagliarsi il proprio spazio SEMPRE (lo dice una che non lo fa quasi mai). Ci serve per ricaricarci, per staccare, per far sì che gli altri si stacchino da noi e capiscano che non siamo robot. Il Read Along è un appuntamento con le amiche. È quel caffè che nemmeno si ha tanta voglia di prendere, ma che rappresenta la scusa perfetta per fare quattro chiacchiere, scambiarsi opinioni, semplicemente rilassarsi. È un momento per noi, quello che scegliamo di condividere con chi vogliamo.
2)      Effetto “risucchio”: fa male pure questo. Tirarsi un libro in un respiro può essere affascinante (per lo più stressante. Specie se a notte fonda cercate ancora di decifrare le parole), ma non necessariamente è indice di gradimento. Alcuni libri possono farsi pure leggere rapidamente, ma poi lasciano ben poco. Il Read Along, fatto come si dovrebbe, disciplina il lettore. Fermarsi un giorno a riflettere sulla tappa raggiunta, insieme ad altri lettori che sono al vostro stesso punto, non è solo un momento di condivisione, ma un’occasione di crescita. A ben vedere, ogni volta che ci imbattiamo in un punto di vista diverso dal nostro, cresciamo. Anche se non siamo concordi, anche se dissentiamo. Alla base di tutto c’è la riflessione e un cervello pensante è un cervello attivo, critico, consapevole.

OK, ma se il libro che è stato scelto non mi piace?
Non partecipate. O lo fate e spiegate le vostre motivazioni. O aspettate il prossimo.
Il mio primo Read Along è stato una sorpresa sconvolgente. Si parte da un commento o da una citazione del libro e si attraversano tutte le gradazioni di conoscenza virtuale fino a scoprire che un altro lettore su quel punto che voi avete tanto amato, magari ha pianto perché gli ha rammentato un ricordo del passato. E allora qualche ricordo sovviene anche a voi e, nel clima di complicità che si instaura, potreste volerlo condividere, o anche no.
Il punto non è sapere i fatti degli altri. Il punto è che quella che normalmente sarebbe un’esperienza solitaria si trasforma in un’attività corale. E che vi divertirete.
Questo è il motivo per cui mi sento di consigliarvi caldamente di partecipare a un Read Along ideato e condotto da Annachiara, del blog Please Another Book.
Non ha importanza che libro scegliate, è importante come vi ponete.
Non ci sono obblighi particolari, ma scoprirete che è stupendo scorrere le notifiche di Goodreads è riconoscere in un lettore lo stesso vostro banner nello status, oppure aprire facebook e trovare citato quello stesso passaggio che ha tanto colpito anche voi, o scoprire che Mirya è stata bannata perché spoilera i finali a tutti dopo 34 minuti dall’inizio della lettura.
Ecco, il 20 ottobre le meravigliose donne della Banda dei Read Along, capeggiate da Annachiara, daranno l’avvio al #PABTrevRA (acronimo di Please Another Book Trevor Read Along) a cui potete partecipare tutti, anche in corso d’opera.
Vi va?
Mi auguro di sì.
E allora che aspettate?
Andate qui e leggete il regolamento!



mercoledì 1 ottobre 2014

Anteprima: Capitoli 1, 2 e 3 de "Manuale della Perfetta Adultera"

Cari amici, come sempre eccomi a darvi qualche notizia succulenta sulle anticipazioni del libro.
Chi mi segue sulla pagina autore di Facebook sa che insieme a Please Another Book, il blog che ha preso il mio libro sotto la sua aluzza protettiva, abbiamo pensato di ingannare l'attesa della pubblicazione (15 ottobre, segnate, segnate...) con un regalo: i primi tre capitoli del libro.
Il primo l'ho rilasciato ad agosto e lo trovate qui.
Il secondo è disponibile da ieri qui. 
Il terzo è ora disponibile qui.

Sono molto emozionata e spero che lo siate insieme a me!
Buona lettura a tutti!

mercoledì 24 settembre 2014

Cover ufficiale e data di pubblicazione

Aggiorno anche qui le ultime novità, per chi si affida al blog per restare informato sui "lavori in corso".
Dopo cinquanta (50!) prove di cover per il libro, finalmente la copertina di Manuale della Perfetta Adultera è nata!
Lorena Lo Giudice, la grafica a cui devo ideazione e creazione della cover (ma le devo anche molto altro, tra cui due maroni nuovi fiammanti) ha lavorato fino a tarda notte, per molte notti, affinché fosse proprio... PERFETTA!


Cliccate su per ingrandire... io la trovo stupenda!
*si ricompone*
Mi sembra opportuno fornire anche altre coordinate:
Data di pubblicazione: 15 ottobre 2014, esclusivamente su Amazon.
Formato: ebook (per ora. Poi si vedrà...)

Chi vuole, può aggiungere il want to read su Goodreads e presto sarà possibile prenotare la propria copia su Amazon.
Vi ricordo la pagina autore su facebook dove non mancano frizzi e lazzi, specie ora che gli animi si stanno scaldando.
Vi ricordo anche il blog Please Another Book, sul quale troverete molte altre informazioni utili sul mio, ma anche su tanti, tanti altri libri. E ci sarà la data del Read Along del Manuale!
Non sapete cos'è un Read Along? Andate sul blog.
Volete partecipare al Read Along e non sapete come fare? Andate sul blog.
Siete curiosi di sapere se ci saranno sorprese all'orizzonte?
Andate. Sul. Blog!
Ne approfitto fin d'ora per ringraziare tutti coloro che stanno prodigandosi tanto per pubblicizzarmi: per un autore self, questo è molto, MOLTO importante.
E adesso posso entrare nel panico.

venerdì 19 settembre 2014

Quando scrivere GRAZIE non basta.

Ieri ho scritto finalmente la pagina dei Ringraziamenti.
È incredibile pensare che ho creato un libro intero in maniera più o meno spedita e che mi sono, invece, bloccata su una sola pagina (due, in verità). Non riuscivo proprio ad iniziarla, ad essere sinceri.
Mi ci sono voluti giorni e giorni per far ordine nella mia testa. Credo che il momento in cui ti fermi a pensare a chi hai avuto al tuo fianco in un percorso importante sia quello che sancisce definitivamente la fine del viaggio. Ad avermi accompagnato in questa avventura sono stati davvero in tanti, ed ora che mi trovo a considerare quanto di quel tragitto sarei riuscita a percorrere senza alcuni di loro, capisco anche il motivo della mia titubanza: con le mie parole vorrei poter ricambiare, ma si tratta di uno scambio non equo. Anche perché più che chi ringraziare, bisogna capire per cosa si dice grazie.
Posso dire “grazie” anche mille volte, ma non sarò mai capace di spiegare cosa significa stare al telefono con una persona (io che odio il telefono), immaginando che siano passati cinque minuti e invece è trascorsa più di un’ora. Né sarebbe semplice spiegare l’emozione di guardare finalmente quel qualcuno negli occhi e contrarre in quello sguardo anni di parole.
Vorrei potervi dire che scrivere dà solo gioia e amore e felicità. 
Invece è una strada dissestata, piena di insidie e con tratti molto lunghi in piena oscurità. A meno che non si abbia una rendita fissa, una donna delle pulizie, una cuoca e una babysitter, scrivere è spesso un ostacolo alle attività quotidiane, fonte di discussioni e di litigi, oggetto di scherno e leva delle emozioni. Quando penso ai “costi” emotivi della mia passione, credetemi, non mi sento un’eroina. Eppure, all’interno di questa linea retta di cui si cerca di comprendere l’inizio e la fine – la scrittura, il matrimonio, la vita – è facile che non si ottengano affatto le risposte che si cercavano, ma che si scoprano invece aspetti straordinari di sé e di chi ci sta a fianco. 
Ho scritto la pagina dei Ringraziamenti, ieri, cercando di avere una parola speciale per tutti. Sarà di sicuro inadeguata, avrò dimenticato qualcuno di cruciale, sarà “ingessata” come lo sfoggio del vestitino di domenica pieno di naftalina.
Quella pagina non sarà mai all’altezza del suo compito perché c’è un momento, quello in cui apri gli occhi alle cinque del mattino e in silenzio percorri il corridoio fino al computer, in cui sotto la pelle scorre un fremito di trepidazione. È il momento in cui i sensi si acuiscono, in cui tutto dentro di te appare chiaro e lucido. È il momento in cui, personalmente, entro davvero in contatto con il resto del mondo, quello in cui faccio pace dentro e fuori di me.
È quello. Quello è il momento per cui dico GRAZIE e lo dico a tutti coloro che, con il loro contributo - un commento sul web, un bacio a sfiorarmi le labbra, una carezza sulla spalla, una telefonata inaspettata, una recensione, il preziosissimo regalo di un'ora di libertà dalle incombenze quotidiane - mi hanno aiutato e mi aiutano a vivere la scrittura.

Ricordatelo, quando leggerete quelle pagine.

mercoledì 9 luglio 2014

Invio di un manoscritto ad una Casa Editrice: storia di una morte annunciata.

L’esordiente è un personaggio affascinante.
Non esiste individuo più entusiasta di lui riguardo il proprio lavoro, quello con la più innocente delle speranze nel mondo e con incrollabile fede nell’umanità.
Questo è ciò che lo sostiene durante la stesura del suo romanzo. No, no. Del suo capolavoro.
Nessuno ha creato un manoscritto così, prima d’ora.
Nessuno ha profuso tanto impegno in uno scritto quanto lui nelle sue parole.
È stato minuzioso. Quel file di 350 pagine è andato avanti indietro via mail per mesi, tra lui e i suoi “editor”, amici troppo garbati per rifiutargli qualcosa chiesto con tale, mal dissimulata disperazione. Ha accolto tutti i commenti con grande umiltà e ha rielaborato capitoli interi, due, tre, cinque volte. Poi li ha rimandati agli amici, per dimostrare di aver imparato diligentemente a fare la cacca nel vasino.
È stato rigoroso. Ha setacciato il web alla ricerca dell’impostazione corretta della punteggiatura. Ha tirato giù tutti i suoi libri preferiti e ha eseguito anche lì una verifica ulteriore: meglio abbondare che essere avari.
È stato severo. Ha letto tutte le biografie di scrittori famosi e quando ha revisionato la sua prima bozza ha sfrondato cinquanta pagine di soli avverbi. Poi altre cinquanta che non rispondevano positivamente alla domanda “è proprio necessario”? Poi ha visto che gli rimanevano altre 400 pagine e ha pensato che poteva smetterla di avere paura del discorso diretto libero e che poteva lasciare che ad una domanda seguisse una risposta senza tre paragrafi di riflessione in mezzo.
È stato oculato. Ha stampato tutto il manoscritto per revisionarlo anche pagina per pagina, perché gli errori che balzano all’occhio sul cartaceo sono sicuramente il doppio di quelli del formato elettronico. E poi doveva scattare un selfie con il malloppo, il nome dello pseudonimo che tanto faticosamente ha scelto in bella mostra sotto il titolo.
Okay, il nostro esordiente è davvero una personcina perbene e ha fatto tutto a modino.
La fase successiva è stilare una lista delle Case Editrici papabili. E qui inizia a vacillare.
Ha preparato una sinossi, una biografia, una lettera di presentazione. E parte dai “Big” perché lui ha scritto un capolavoro. Ma i “Big” sono di tutt’altro avviso. Su dieci CE di grossa nomea, un terzo accetta materiale di tipo informatico, il resto solo cartacei.
Da una parte si deve iniziare e di solito si parte con le mail. Ma ci sono delle regole. Alcune CE vogliono la sinossi e due, tre capitoli; altre non vogliono la sinossi, ma una lettera di presentazione dettagliata con il manoscritto completo; altre vogliono il manoscritto e una scheda di presentazione; altri vogliono la biografia con contatti nel corpo mail e in più “non dimenticate i vostri dati in allegato” (-.-); altri forniscono delle indicazioni precise, tipo step 1, 2, 3. Insomma, quando il nostro esordiente clicca su invio avrà venti pagine di word aperte, tutte con minime variazioni l’una dall’altra, e gli occhi che si incrociano.
Invia.
Distende la schiena e si rivolge ad un Essere Superiore che vegli su quella sua mail, inondandola di fortuna e benevolenza.
Poi, col sorriso sulle labbra, inizia a chiudere il caos che ha in barra inferiore.
E si sofferma su qualche riga, il nostro esordiente tanto speranzoso, perché pure le lettere di presentazione sono piccoli gioielli partoriti dalla sua mente.
“Gentile Editore, o scritto un romanzo sentimentale…”
Fermi tutti.
Rilegge. Poi rilegge ancora.
Lui, che nemmeno in terza elementare ha mai sbagliato l'ortografia di un verbo ausiliare, ha scritto, anzi, “a scritto”.
Tragedia.
Dramma.
Catastrofe.
Già pensa a come eseguire un seppuku impeccabile, perché chiaramente è l’unica cosa che gli rimane da fare. Suda, il nostro eroe, alle 00.39, mentre cerca di capire se il file incriminato, uno di quelli tagliuzzati qui e lì in cui il canc per rientrare nelle famose “3000 battute” è scivolato una volta di troppo, sia proprio uno di quelli inviati. Non si ricorda più in quale cartella l’ha inserito, non si ricorda più nemmeno a chi.
“Fa' che non sia un Big. Fa' che non sia un Big”.
La Casa Editrice era la Fazi.
E il nostro eroe esordiente, la sottoscritta.
L’episodio che vi ho riportato ha un solo scopo. Farvi ridere insieme a me.
Nella mia vita ho, fortunatamente o sfortunatamente, imparato che le priorità sono altre. Se la Fazi dovesse accettarmi, ciò non cambierebbe la mia esistenza. Lo stesso accadrebbe se non dovessi ricevere risposta (credo di essere stata la prima autrice a sperare che il file venisse cestinato a priori). Scrivo per passione, necessità interiore, voglia di comunicare. Pur con la consapevolezza che il mio romanzo non è perfetto e che l’intervento di una Casa Editrice potrebbe migliorarlo sicuramente, io bramo di condividerlo con voi e so che accadrà. In un modo o in un altro.
Non siate troppo severi con voi stessi, non prendetevi eccessivamente sul serio.
Ridete.
Ridete di voi, delle situazioni in cui il caso vi fa precipitare, ridete più che potete.
Sono tante le cose che ci strappano una lacrima, ma se è di gioia, allora sì che vale la pena versarla.



sabato 5 luglio 2014

Dall’autopubblicazione all’editoria tradizionale: che fine farà questo libro?

Quando ero studentessa alle medie, avevo un professore di matematica simpaticissimo. Le sue lezioni non stancavano mai, perché era bravo: sapeva come rendere la materia che insegnava attraente a venticinque alunni che non erano più bambini, ma non erano nemmeno adolescenti. Tuttavia matematica era sempre matematica e io mi distraevo facilmente. Una volta mi beccò mentre con una compagna ci scambiavamo messaggi sui diari: interruppe la lezione, mi si avvicinò, prese un post-it e mi chiese un autografo.
Momento di silenzio.
Un autografo a me? Era chiaramente una beffa, ma lui lo disse con serietà. Mi fece firmare quel foglietto e lo conservò nella sua giacca. Io, che ero diventata di tutti i colori dell’Universo, non sapevo più dove nascondermi ma poi, prima di riprendere la lezione, lui disse una frase (che mi pare sia attribuita o comunque collegata a Socrate): “Le cose belle sono difficili, le cose difficili sono belle”.
Nel corso degli anni l’ho sentita in altre occasioni, ma quella prima volta mi è rimasta impressa. Senza puntare sulla mortificazione per la mia distrazione, quel professore aveva attirato l’attenzione sul fatto che non seguissi la lezione e che, forse, lo facevo perché la trovavo difficile. Probabilmente la trovavo solo noiosa, ma lui aveva colpito un nervo scoperto. Mi aveva sfidata, ma nello stesso tempo mi aveva dato una possibilità di mettere alla prova me stessa, di dimostrare che, a fare qualcosa bene, ci si riusciva con l’impegno e la volontà.
Nella mia vita ho adorato la letteratura, avuto una grossa inclinazione alle materie artistiche, ma ho seguito una formazione prettamente scientifica. Non credo sia dipeso da quell’episodio, ma a distanza di anni e anni, io quella lezione non l’ho mai dimenticata.
Perché vi ho fatto fare questo viaggio nel tempo? Adesso ci arrivo.
Nei post “Il punto della situazione #1 e #2” ci sono le motivazioni che mi hanno spinta a ritirare la ff e revisionarla, per cui non mi dilungherò a riguardo.
Quello che voglio dirvi è questo: prendere la storia, modificare un paio di cose e pubblicarla era allettante, ma non sarebbe mai stato nelle mie corde. Se avessi saputo al tempo cosa avrebbe realmente comportato riscriverla (perché è capitato questo, e ve ne parlerò a tempo debito), è probabile che ci avrei pensato molto, ma molto meglio. Ma le cose belle non sono mai semplici e “Manuale della perfetta adultera” è stata una riscrittura complicata, impegnativa, a tratti logorante. Ma è stata un’esperienza stupenda. Se non avessi avuto il sostegno di persone straordinarie, in primis la Prof, sono certa che sarei ancora al capitolo quattro. Quindi, punto primo: le cose belle sono difficili.
Adesso veniamo al dunque.
La riscrittura si è conclusa, brava. E ora? Che ne facciamo di queste 350 pagine?
Dissi in uno dei post che ho citato sopra che a revisione completa avrei deciso il destino del libro. Questo romanzo vedrà la pubblicazione in ebook e (se riesco) anche in cartaceo.
Quando?
Dipende da diversi fattori. Il primo è la modalità di pubblicazione. Io credo nell’editoria tradizionale e ho una sana allergia per quella a pagamento (a questo proposito mi viene sempre in mente la risposta negativa per eccellenza: “Mai, nemmeno se mi paghi”. Se devo pagare per pubblicare, c’è qualcosa che non torna e la matematica, diceva sempre quel professore tanto simpatico, è un’opinione solo nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo). Cosa significa questo? Dobbiamo aspettare che una casa editrice accetti di pubblicarti?
Per l’amor di Dio!
Credere nell’editoria tradizionale, per quanto mi riguarda, significa credere nell’importanza di certe figure: il correttore di bozze, l’editor, i grafici, gli esperti di promozione e marketing, i librai e i venditori in genere. Nello stesso tempo, però, significa anche non poter ignorare la crisi profonda che l’ha colpita e quindi l’editor si trova a fare il correttore di bozze per pochi spiccioli; i librai chiudono perché molti non riescono a stare al passo con il fenomeno in crescita esponenziale degli ebook; il marketing e la promozione vengono fatti esclusivamente sull’onda del prodotto che “tira” al momento, spesso a discapito di piccoli capolavori che resteranno sempre nell’ombra solo perché non hanno visto la luce nel momento storico più favorevole; i grafici sfornano copertine “stampino” e sembra che i libri siano un po’ tutti uguali (forse, alcuni lo sono pure). Non è sempre così, mi dicono, ma purtroppo non è raro.
Lo sconforto in cui cadono molti scrittori esordienti porta alcuni di essi a cercare scappatoie (vedi l’EAP) o a lanciarsi nel self-publishing ritenendolo l’unico mezzo fattibile per potersi vedere finalmente pubblicati.
Io non credo che il self-publishing sia una via più semplice rispetto all’editoria tradizionale. Semmai è il contrario. Occuparsi in modo indipendente di tutti gli aspetti di una pubblicazione non solo è impegnativo, ma toglie anche molto tempo alla scrittura, specie per persone che fanno altro (e in Italia penso che si contino sulle dita delle mani gli scrittori che non affiancano a questa, anche un’altra professione).
Io vedo l’autopubblicazione come una sfida e come una possibilità.
E come per tutte le possibilità che si hanno a disposizione, affinché si riesca a trarne il maggior beneficio da esse, è necessario dedicarsi con impegno e rigore. Capirete bene che questo, per una come me, significa mesi di lavoro aggiuntivo a quelli della scrittura.
Quindi, punto secondo: le cose difficili sono belle.
Poiché temo di non voler concludere con un solo libro la mia avventura nel mondo della parola scritta, e con il passare del tempo di certo non ringiovanisco, mi sono data una scadenza che ritengo fattibile per la pubblicazione: la fine di quest’anno.
Salvo imprevisti. In parallelo allo studio minuzioso dell’autopubblicazione, seguirò anche la strada tradizionale. Magari non porterà a nulla, magari sarà un no dritto sul muso, magari sarà solo silenzio, ma se non lo faccio sarà un fallimento in partenza, perché avrei io rinunciato e questo è un atteggiamento che non mi apparterrà mai.

Data approssimativa per la pubblicazione: dicembre.

sabato 29 marzo 2014

Consigli per gli acquisti #5


Di recente ho avuto molto tempo da dedicare all’esternazione del mio io più profondo. Praticamente tutti i giorni ho intrattenuto una conversazione con qualche tecnico della Telecom che, con finta gentilezza, s’è dichiarato al mio servizio per ripristinare la connessione internet ballerina. In quaranta giorni, quindi, sono passata attraverso tutte le sfumature della speranza, pazienza, condivisione, sopportazione, irritazione, rabbia, furia. Poiché, puntualmente, le telefonate Telecom arrivano all’ora di pranzo o cena con domande più o meno imbarazzanti (“Signora, qual è il problema? Avete testato il modem? Avete cambiato i filtri? Avete staccato la testa a vostro marito? Adesso siete connessa? Navigate? Io vi vedo allineata …”), il computer è rimasto acceso per giorni interi in perfetta immobilità e, quindi, ho avuto modo di dedicarmi alla visione di alcuni film che sostavano in doppia fila su un pc ormai stracolmo da troppo tempo.
(Piccola postilla: non credete MAI a ciò che sostengono questi operatori. Vi raggireranno in tutti i modi più subdoli per convincervi a non disdire il contratto, vi prometteranno di interessarsi al vostro caso, di monitorare la vostra linea per 48 h – io dopo questo tempo trovavo le segnalazioni effettuate, chiuse per avvenuta riparazione. Informatevi, non accontentatevi, lottate. Dopo raggiri vari, minacce, coercizioni sono approdata qui e ho visto la luce. E ora Telecom vedrà il buio. Tutto GRATUITAMENTE, ovvio).
Ad ogni modo, vi consiglio i film che meritano, as always.

 “La grande bellezza”, anno 2013, di Paolo Sorrentino. Come saprete, la pellicola ha vinto l’Oscar come migliore film straniero, dopo aver vinto il Golden Globe, e ne sono felicissima. È stato molto criticato, ma io ho fatto il tifo per questo film surreale, crudo e cinico, aspro e commovente. Paolo Sorrentino mescola la purezza della poesia allo sfiorire di una Roma ormai decadente e usa come filtro gli occhi di uno scrittore “in blocco”, sfruttando il suo malessere più intimo per portare in luce la pochezza dell’essere umano, le paure e “le grandi brutture” dell’animo. Non è un film che lascia una bella sensazione addosso, ma si fa pensare a lungo. Consigliatissimo.



“Saving Mr. Banks” (Saving Mr. Banks), anno 2013, di John Lee Hancock. Confesso qui di essere una vecchia fan di “Mary Poppins”. Sono una di quelle che si incollava alla televisione quando davano questa pellicola, pur senza resistere quasi mai fino alla fine del film (ricordo che era abbastanza lunghetto ed io mi pregiavo di riuscire a dormire ovunque ci fosse una superficie abbastanza solida da reggermi. Ah, bei tempi!). Sognavo un uomo come Bert, con la stessa allegria e positività, e, come avrei scoperto dopo qualche anno, una borsa come quella di Mary (la cerco ancora, eh). E’ stato uno step naturale, dunque, lasciarmi incuriosire dal film di come i romanzi della Travers siano passati al grande schermo. E sono rimasta piacevolmente stupita. Saving Mr. Banks è di una delicatezza sconfinata, con due attori d’eccellenza che rendono meravigliosamente i dettagli fisici e comportamentali di una situazione d’impasse che dura da vent’anni (nel film, la Travers è ostinatamente restia a concedere la sua Mary al Signor Disney, nonostante nella realtà i diritti cinematografici erano già stati concessi quando la scrittrice giunse a Los Angeles per discutere della sceneggiatura). E’ divertente, toccante (ho pianto e, sono certa, piangerei ancora a rivedere un paio di scene), ben interpretato. E, ovviamente, è consigliato.



“All is Lost – Tutto è perduto” (All is Lost), anche questo anno 2013, di J.C. Chandor. Qui ci vuole un minuto di silenzio. Prima di tutto, perché nel film ci saranno forse quattro battute di dialogo in tutto. Secondo poi, è stato un tuffo (letterale) tra i ricordi. E’ la storia di un naufragio, come forse ce ne saranno tante altre e simili, ma solo chi ha fatto vacanze come le mie può comprendere il grado di empatia che ho provato guardando questa pellicola.
Il trailer qui.



Qui inizia un post a parte, di cui non posso proprio fare a meno, ma che siete liberissimi di saltare a piè pari.
Guardando quest'ultimo film ho avuto la certezza della sacrosanta imprescindibilità di alcuni fatti: 1) Se la sfortuna inizia a seguirti in mare, ti abbandona solo quando metti piede in terra. 2) Le persone sono fatte per camminare. Non per nuotare, non per oscillare su quella che chiamano orgogliosamente barca e, vai a vedere, trattasi di un guscio di noce. 3) Tutto si può risolvere con una bella chiacchierata.
Nella mia vita ho avuto la “fortuna” di andare in vacanza due volte su una barca, per una settimana. Al tempo ero accecata dall’ammmmmmore e per il mio fidanzato avrei sopportato ogni tipo di sacrificio (infatti l’ho sposato ed è diventato mio marito); ho fatto scorta di anticinetosici perché soffro il mal di mare, ho duellato con mia madre per convincerla a lasciarmi partire (tutti sono moderni quando NON si parla della propria bambina), ho ficcato il cuscino nella valigia (non parto MAI senza il mio cuscino) e mi sono lanciata all’avventura.
Da dove vengono le certezze che ho numerato sopra?
In ordine: ho scoperto che, su di me, gli anticinetosici non funzionano. Nausea perenne e rincoglionimento da farmaci, fin quando non scendevo a terra barcollante e mi schiantavo sotto un albero (mentre tutti sguazzavano in spiaggia). Ho diviso la cabina con una tanica di nafta che s’è rovesciata, diffondendo i suoi effluvi per tutto il viaggio. S’è staccato un tubo del gas e per due giorni non abbiamo potuto cucinare. Abbiamo incrociato un temporale forza 8 e, in seguito, perso il gommone con cui scendevamo a terra. Il fidanzato-futuromarito ha avuto un ascesso al dente, in pieno agosto, su un’isoletta sperduta dove non ci dispensavano nemmeno una confezione di novalgina senza ricetta medica; la sottoscritta un herpes labiale che le ha preso metà viso. E poi, punture di meduse, scarpinate a prova d’infarto e in rada per tutto il tempo. Il viaggio della speranza.
Comprendo, perciò, il motivo per cui in film come “All is lost” (mai titolo fu più azzeccato) ricorre sempre la scena in cui l’uomo (è sempre un uomo, sta poco da fare. Nessun altro, donna o persona sana di mente, si lancerebbe in un’avventura del genere) saluta l’alba nascente con un sorriso appena accennato sulle labbra: è il sorriso del sopravvissuto. Ovviamente, anche se il protagonista di questa pellicola sembra essere perseguitato dalla sfortuna, è un film che consiglio senza dubbio: se non altro per l’aplomb straordinario di Robert Redford, gnocco di potenza mondiale anche a settantasette anni, che si fa sfuggire un “cazzo” appena sussurrato solo a film quasi concluso (al contrario della sottoscritta che inventa parolacce all’occorrenza, quando quelle conosciute risultano insufficienti) e, dopo peripezie di ogni genere, conserva comunque una penna biro funzionante e gli occhiali da vista.
Un miracolo senza dubbio.


domenica 22 dicembre 2013

Auguri!

Carissimi amici,
ci tenevo a farvi i miei auguri sinceri anche qui, dove magari passa qualcuno che non segue gli scleri quotidiani sui social di mia predilezione (Twitter e Fb).
Ho scritto una minific come regalino di Natale (la trovate qui), cosa che non mi è mai riuscita prima, con mio sommo dispiacere. Probabilmente è perché conoscevo un solo modo di scrivere, mentre adesso ne sto imparando ad apprezzare le sfumature o magari, più semplicemente, mi sentivo ispirata.
Spero che trascorriate giorni sereni, o allegramente frenetici se siete inclini all’attività (tanta stima: io ho iniziato a sentirmi stanca il primo dicembre). Sopra ogni cosa, spero che possiate trascorrere queste feste insieme a chi amate, dimenticando per un po’ le tribolazioni di tutti i giorni.
Scartate tanti regali, non mangiate troppo, ridete tanto e dite ai vostri cari quanto li volete bene.
Ne approfitto per segnalarvi l'inserimento nella colonna di sinistra delle voci "Contattami in privato", mediante cui potete scrivermi senza rendere pubblico il vostro commento e "Follow by email", che vi permette di ricevere una notifica ogni volta che pubblicherò un nuovo post.
Usate i nuovi comandi, mi raccomando: fate in modo che tutti quei neuroni non siano morti invano.


Auguri a tutti! 

sabato 31 agosto 2013

Il punto della situazione #2

Cari amici,
a fronte di due mesi e mezzo dall’inizio del lavoro di rielaborazione della mia storia posso fornirvi qualche piccola coordinata.
Si è a lungo discusso con le mie editor (pensate un po’, ne ho due. Così che mi possano fare il sedere a quadri e non solo a strisce) sulle impostazioni narrative di base. Più di un mese è stato necessario per decidere i tempi verbali e l’uso della persona, un paio di settimane per stabilire cosa differenziasse un libro da una ff e cosa differenzia i nuovi personaggi da quelli che erano in bozza (ho dovuto stilare anche un elenco di dieci caratteristiche distintive tra i vecchi e i nuovi protagonisti. Ci ho messo una settimana -.-‘) , tutte le ore della mia giornata (e molte delle loro) per riflettere su quale sarà il senso dell’eros di questo libro.
Vi porto a conoscenza della luminaria che mi si è accesa nel cervello a botta di invii in allegato del capitolo X e dell’X(1), X(2), X-bis, X-ri-rivisto, X sbrindellato e sanguinante, e così via.
Non c’è nulla di più semplice che prendere una ff, cambiare nomi cose città e schiaffarla su carta o formato elettronico. Basta rivolgersi ad uno di quei siti che “fanno tutto al posto vostro”, anche la pipì. E basta guardarsi allo specchio e ripetersi ogni mattina il motto del giorno: “sono bella, sono figa, sono una scrittrice”.
Poiché non sono né bella, né figHa, e di sicuro non penso di essere una scrittrice, mi sono armata di grande umiltà e ho sottoposto le prime revisioni al giudizio obiettivo di persone competenti. E, naturalmente, me le hanno rimandate indietro zeppe di commenti.
Sorvolando sul mio rapporto controverso con le virgole e l’ipercorrettismo, c’erano altri due problemi fondamentali: A) staccarmi dai ritmi della fan fiction; B) gestire il sesso (non quello della mia vita, ma quello del libro). Che poi, sembrano caratteristiche a sé stanti, ma non lo sono affatto.
Per una ff i tempi di lettura sono molto lunghi (nel mio caso, biblici). È necessario mantenere alto il livello d’interesse: ci si deve anche dilungare nella narrazione per far recuperare il filo del discorso tra un aggiornamento e l’altro ma, nel contempo, stuzzicare la curiosità; spesso vanno inserite delle lemon ad hoc per far sì che i protagonisti facciano un po’ di sana ginnastica per le vene varicose.
L’impostazione di un libro è diversa (che non significa migliore o peggiore). I personaggi vanno inquadrati subito; lo spazio per farli crescere è un libro intero certo, ma temporalmente parliamo di giorni, forse poche settimane (non per me. Quando sono in vena posso anche spazzolare un libro al giorno). I tempi della narrazione sono, dunque, molto diversi ma lo sono soprattutto i personaggi. La loro evoluzione deve essere coerente con la storia, ma anche descritta con lucidità. Le seghe mentali sono off-limits.
Il sesso.
Senza nulla togliere ai libri in cui la trama generale si sostiene su pilastri di peripezie sessuali varie che, in determinati periodi storici, ho prediletto anche io (la Ward e la Adrian, per citarne un paio), questo non sarà un libro erotico, ma racconterà anche l’erotismo (e se ne parlerà. Il sesso è ovunque e non vedo la ragione di oscurarlo, ma nemmeno quella di ostentarlo).
Poiché ho un lavoro, una famiglia, un elenco giornaliero di cose da fare e di certo non ho la presunzione di pensare di arricchirmi con la pubblicazione di un libro (specie in Italia), né ho necessità di trovare la maniera di occupare il tempo, con questa storia intendo innanzitutto comunicare, perché proprio sul sesso e sull’importanza che riveste nella vita delle persone penso ci sia qualcosa da dire.
E cosa ci vuoi dire, dunque?
Voglio dire che quasi a metà percorso di rielaborazione sono soddisfatta del lavoro svolto finora, grata alle mie editor per il tempo, le competenze, le riflessioni che mettono al mio servizio sottraendolo a momenti che potrebbero dedicare alle rispettive famiglie, orgogliosa del file “Tagli” che più si allunga più mi fa sentire in grado di pedalare senza rotelle (nonostante all’inizio ne fossi, proprio come i bambini, terrorizzata), stanca di rileggere al mattino come facilmente sappia virare dal passato remoto al presente quando mi ostino a correggere un paragrafo dopo mezzanotte.
E poi sono impaziente. Di mostrarvi come anche nella terra arida è possibile trovare un fiore meraviglioso da coltivare con pazienza, rigore, impegno e nutrire di sogni. Che è possibile avvampare leggendo una scena erotica anche senza essere costretti a munirsi di navigatore satellitare.
Che vale sempre la pena di mettersi in gioco nei progetti lunghi e laboriosi perché, se da un lato ci sottrarranno tempo e salute, sono proprio quelli i percorsi da cui trarremo maggiore soddisfazione e forza per tutto il resto.
A me sta succedendo. Sto sostenendo ritmi pazzeschi e non mi sono mai divertita tanto.

Ma in fondo è così: i ricordi dei viaggi più divertenti che ho fatto sono quelli in cui mi perdevo per strada. 

martedì 9 luglio 2013

Consigli per gli acquisti #3

Per il terzo appuntamento con la rubrica “Consigli per gli acquisti”, vorrei proporvi due pellicole molto carine.
La prima è su suggerimento esterno, di una lettrice ed amica twitterina, Kikkasole (grazie cara :*).
Qualcuno da amare (Untamed Heart) è un  film del 1993, diretto da Tony Bill ed interpretato da Marisa Tomei e Christian Slater. Adam è un aiutante cuoco, tenebroso ed affascinante, che lavora nello stesso bar di Caroline, perennemente alla ricerca del grande amore nei ragazzi sbagliati. Una notte, Adam salva Caroline da un tentativo di stupro e tra i due nasce una relazione molto particolare, scandita dalle critiche condizioni di salute del ragazzo. Di seguito, il link al film completo.



Questa pellicola è di vent’anni fa ed io l’avrò vista, appunto, vent’anni fa (-.-‘). Ricordo con chiarezza la trama, tuttavia, poiché è uno dei primi che mi ha fatto versare una cascata infinita di lacrime. Non dimenticate scorte di gelato e fazzolettini ù.ù

La seconda pellicola è uno dei più film più angst che abbia mai visto.
Shame (Shame) è un film del 2011, diretto da Steve McQueen e interpretato da Carey Mulligan e dallo gnocchissimo Michael Fassbender. Al Festival del Cinema di Venezia del 2011, il protagonista ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.
Brandon è un uomo d’affari trentacinquenne di New York che vive una vita di totale asservimento di varie dipendenze, di droghe, ma soprattutto dal sesso. La difficoltà a controllare e gestire le sue pulsioni sessuali, che sfoga con incontri occasionali, frequentazione di prostitute e continue masturbazioni, lo porta a condurre una vita solitaria e di maniacale riservatezza. Solo l’arrivo in città della sorella minore, l’insicura Sissy, potrebbe spezzare la sua ossessione, permettendo a Brandon di prendere il controllo della propria vita (fonte Wikipedia – eccetto lo “gnocchissimo”).



L’interpretazione di Fassbender è spettacolare. Quella della Mulligan è perfettamente in linea col personaggio ma, più di ogni cosa, è la regia ad essere incredibile.
Benché abbia improntato questa rubrica su toni molto leggeri, proponendo in genere commedie romantiche e non impegnative, questo consiglio filmico non posso proprio evitarlo. E’ un film unico nel suo genere con una regia d’eccellenza. L'ho trovato molto commovente.
Avvertimento: In Italia è stato vietato ai minori di 14 anni e ci sono scene molto esplicite (a parer mio è molto più osceno il Grande Fratello, ma son gusti ù.ù). GUARDATELO.

Scrivetemi i vostri suggerimenti, commedie romantiche o film che vi hanno molto colpito, e condividiamoli!

Alla prossima :*