Cari amici, come sempre eccomi a darvi qualche notizia succulenta sulle anticipazioni del libro.
Chi mi segue sulla pagina autore di Facebook sa che insieme a Please Another Book, il blog che ha preso il mio libro sotto la sua aluzza protettiva, abbiamo pensato di ingannare l'attesa della pubblicazione (15 ottobre, segnate, segnate...) con un regalo: i primi tre capitoli del libro.
Il primo l'ho rilasciato ad agosto e lo trovate qui.
Aggiorno anche qui le ultime novità, per chi si affida al blog per restare informato sui "lavori in corso".
Dopo cinquanta (50!) prove di cover per il libro, finalmente la copertina di Manuale della Perfetta Adultera è nata!
Lorena Lo Giudice, la grafica a cui devo ideazione e creazione della cover (ma le devo anche molto altro, tra cui due maroni nuovi fiammanti) ha lavorato fino a tarda notte, per molte notti, affinché fosse proprio... PERFETTA!
Cliccate su per ingrandire... io la trovo stupenda!
*si ricompone*
Mi sembra opportuno fornire anche altre coordinate:
Data di pubblicazione: 15 ottobre 2014, esclusivamentesu Amazon.
Formato: ebook (per ora. Poi si vedrà...)
Chi vuole, può aggiungere il want to read su Goodreads e presto sarà possibile prenotare la propria copia su Amazon.
Vi ricordo la pagina autore su facebook dove non mancano frizzi e lazzi, specie ora che gli animi si stanno scaldando.
Vi ricordo anche il blog Please Another Book, sul quale troverete molte altre informazioni utili sul mio, ma anche su tanti, tanti altri libri. E ci sarà la data del Read Along del Manuale!
Non sapete cos'è un Read Along? Andate sul blog.
Volete partecipare al Read Along e non sapete come fare? Andate sul blog.
Siete curiosi di sapere se ci saranno sorprese all'orizzonte?
Andate. Sul. Blog!
Ne approfitto fin d'ora per ringraziare tutti coloro che stanno prodigandosi tanto per pubblicizzarmi: per un autore self, questo è molto, MOLTO importante.
Ieri ho scritto finalmente la pagina dei
Ringraziamenti.
È incredibile pensare che ho creato un libro
intero in maniera più o meno spedita e che mi sono, invece, bloccata su una
sola pagina (due, in verità). Non riuscivo proprio ad iniziarla, ad essere
sinceri.
Mi ci sono voluti giorni e giorni per far ordine
nella mia testa. Credo che il momento in cui ti fermi a pensare a chi hai
avuto al tuo fianco in un percorso importante sia quello che sancisce
definitivamente la fine del viaggio. Ad avermi accompagnato in questa avventura
sono stati davvero in tanti, ed ora che mi trovo a considerare quanto di quel
tragitto sarei riuscita a percorrere senza alcuni di loro, capisco anche il
motivo della mia titubanza: con le mie parole vorrei poter ricambiare, ma si
tratta di uno scambio non equo. Anche perché più che chi ringraziare, bisogna capire per cosa si dice grazie.
Posso dire “grazie” anche mille volte, ma non sarò
mai capace di spiegare cosa significa stare al telefono con una persona (io che odio il telefono), immaginando
che siano passati cinque minuti e invece è trascorsa più di un’ora. Né sarebbe
semplice spiegare l’emozione di guardare finalmente quel qualcuno negli occhi e contrarre in quello sguardo anni di parole.
Vorrei potervi dire che scrivere dà solo gioia e
amore e felicità.
Invece è una strada dissestata, piena di insidie e con tratti
molto lunghi in piena oscurità. A meno che non si abbia una rendita fissa, una
donna delle pulizie, una cuoca e una babysitter, scrivere è spesso un ostacolo
alle attività quotidiane, fonte di discussioni e di litigi, oggetto di scherno
e leva delle emozioni. Quando penso ai “costi” emotivi della mia passione,
credetemi, non mi sento un’eroina. Eppure, all’interno di questa linea retta di
cui si cerca di comprendere l’inizio
e la fine – la scrittura, il
matrimonio, la vita – è facile che non si ottengano affatto le risposte che si
cercavano, ma che si scoprano invece aspetti straordinari di sé e di chi ci sta
a fianco.
Ho scritto la pagina dei Ringraziamenti, ieri,
cercando di avere una parola speciale per tutti. Sarà di sicuro inadeguata,
avrò dimenticato qualcuno di cruciale, sarà “ingessata” come lo sfoggio del
vestitino di domenica pieno di naftalina.
Quella pagina non sarà mai all’altezza del suo
compito perché c’è un momento, quello in cui apri gli occhi alle cinque del
mattino e in silenzio percorri il corridoio fino al computer, in cui sotto la pelle
scorre un fremito di trepidazione. È il momento in cui i sensi si acuiscono, in
cui tutto dentro di te appare chiaro e lucido. È il momento in cui,
personalmente, entro davvero in contatto con il resto del mondo, quello in cui faccio pace dentro e fuori di me.
È quello. Quello è il momento per cui dico GRAZIE e lo dico a tutti coloro che, con il loro contributo - un commento sul web, un bacio a sfiorarmi le labbra, una carezza sulla spalla, una telefonata inaspettata, una recensione, il preziosissimo regalo di un'ora di libertà dalle incombenze quotidiane - mi hanno aiutato e mi aiutano a vivere la scrittura.
Non esiste individuo più entusiasta di lui
riguardo il proprio lavoro, quello con la più innocente delle speranze nel
mondo e con incrollabile fede nell’umanità.
Questo è ciò che lo sostiene durante la
stesura del suo romanzo. No, no. Del suo capolavoro.
Nessuno ha creato un manoscritto così,
prima d’ora.
Nessuno ha profuso tanto impegno in uno
scritto quanto lui nelle sue parole.
È stato minuzioso. Quel file di 350 pagine è andato
avanti indietro via mail per mesi, tra lui e i suoi “editor”, amici troppo
garbati per rifiutargli qualcosa chiesto con tale, mal dissimulata
disperazione. Ha accolto tutti i commenti con grande umiltà e ha rielaborato
capitoli interi, due, tre, cinque volte. Poi li ha rimandati agli amici, per
dimostrare di aver imparato diligentemente a fare la cacca nel vasino.
È stato rigoroso. Ha setacciato il web alla ricerca dell’impostazione
corretta della punteggiatura. Ha tirato giù tutti i suoi libri preferiti e ha
eseguito anche lì una verifica ulteriore: meglio abbondare che essere avari.
È stato severo. Ha letto tutte le biografie di scrittori
famosi e quando ha revisionato la sua prima bozza ha sfrondato cinquanta pagine
di soli avverbi. Poi altre cinquanta che non rispondevano positivamente alla
domanda “è proprio necessario”? Poi ha visto che gli rimanevano altre 400
pagine e ha pensato che poteva smetterla di avere paura del discorso diretto
libero e che poteva lasciare che ad una domanda seguisse una risposta senza tre
paragrafi di riflessione in mezzo.
È stato oculato. Ha stampato tutto il manoscritto per
revisionarlo anche pagina per pagina, perché gli errori che balzano all’occhio sul
cartaceo sono sicuramente il doppio di quelli del formato elettronico. E poi
doveva scattare un selfie con il
malloppo, il nome dello pseudonimo che tanto faticosamente ha scelto in bella
mostra sotto il titolo.
Okay, il nostro esordiente è davvero una
personcina perbene e ha fatto tutto a modino.
La fase successiva è stilare una lista
delle Case Editrici papabili. E qui inizia a vacillare.
Ha preparato una sinossi, una biografia,
una lettera di presentazione. E parte dai “Big” perché lui ha scritto un
capolavoro. Ma i “Big” sono di tutt’altro avviso. Su dieci CE di grossa nomea,
un terzo accetta materiale di tipo informatico, il resto solo cartacei.
Da una parte si deve iniziare e di solito
si parte con le mail. Ma ci sono delle regole. Alcune CE vogliono la sinossi e
due, tre capitoli; altre non vogliono la sinossi, ma una lettera di
presentazione dettagliata con il manoscritto completo; altre vogliono il
manoscritto e una scheda di presentazione; altri vogliono la biografia con
contatti nel corpo mail e in più “non dimenticate i vostri dati in allegato”
(-.-); altri forniscono delle indicazioni precise, tipo step 1, 2, 3. Insomma,
quando il nostro esordiente clicca su invio avrà venti pagine di word aperte,
tutte con minime variazioni l’una dall’altra, e gli occhi che si incrociano.
Invia.
Distende la schiena e si rivolge ad un
Essere Superiore che vegli su quella sua mail, inondandola di fortuna e
benevolenza.
Poi, col sorriso sulle labbra, inizia a
chiudere il caos che ha in barra inferiore.
E si sofferma su qualche riga, il nostro
esordiente tanto speranzoso, perché pure le lettere di presentazione sono
piccoli gioielli partoriti dalla sua mente.
“Gentile Editore, o scritto un romanzo
sentimentale…”
Fermi tutti.
Rilegge. Poi rilegge ancora.
Lui, che nemmeno in terza elementare ha mai
sbagliato l'ortografia di un verbo ausiliare, ha scritto, anzi, “a scritto”.
Tragedia.
Dramma.
Catastrofe.
Già pensa a come eseguire un seppuku impeccabile, perché chiaramente
è l’unica cosa che gli rimane da fare. Suda, il nostro eroe, alle 00.39, mentre
cerca di capire se il file incriminato, uno di quelli tagliuzzati qui e lì in
cui il canc per rientrare nelle famose “3000 battute” è scivolato una volta di
troppo, sia proprio uno di quelli inviati. Non si ricorda più in quale cartella
l’ha inserito, non si ricorda più nemmeno a chi.
“Fa' che non sia un Big. Fa' che non sia un
Big”.
La Casa Editrice era la Fazi.
E il nostro eroe esordiente, la
sottoscritta.
L’episodio che vi ho riportato ha un solo
scopo. Farvi ridere insieme a me.
Nella mia vita ho, fortunatamente o
sfortunatamente, imparato che le priorità sono altre. Se la Fazi dovesse
accettarmi, ciò non cambierebbe la mia esistenza. Lo stesso accadrebbe se non
dovessi ricevere risposta (credo di essere stata la prima autrice a sperare che
il file venisse cestinato a priori). Scrivo per passione, necessità interiore,
voglia di comunicare. Pur con la consapevolezza che il mio romanzo non è
perfetto e che l’intervento di una Casa Editrice potrebbe migliorarlo
sicuramente, io bramo di condividerlo con voi e so che accadrà. In un modo o in
un altro.
Non siate troppo severi con voi stessi, non
prendetevi eccessivamente sul serio.
Ridete.
Ridete di voi, delle situazioni in cui il
caso vi fa precipitare, ridete più che potete.
Sono tante le cose che ci strappano una
lacrima, ma se è di gioia, allora sì che vale la pena versarla.
Quando ero studentessa alle medie, avevo un
professore di matematica simpaticissimo. Le sue lezioni non stancavano mai,
perché era bravo: sapeva come rendere la materia che insegnava attraente a venticinque
alunni che non erano più bambini, ma non erano nemmeno adolescenti. Tuttavia
matematica era sempre matematica e io mi distraevo facilmente. Una volta mi
beccò mentre con una compagna ci scambiavamo messaggi sui diari: interruppe la
lezione, mi si avvicinò, prese un post-it e mi chiese un autografo.
Momento di silenzio.
Un autografo a me? Era chiaramente una
beffa, ma lui lo disse con serietà. Mi fece firmare quel foglietto e lo
conservò nella sua giacca. Io, che ero diventata di tutti i colori
dell’Universo, non sapevo più dove nascondermi ma poi, prima di riprendere la
lezione, lui disse una frase (che mi pare sia attribuita o comunque collegata a
Socrate): “Le cose belle sono difficili,
le cose difficili sono belle”.
Nel corso degli anni l’ho sentita in altre
occasioni, ma quella prima volta mi è rimasta impressa. Senza puntare sulla
mortificazione per la mia distrazione, quel professore aveva attirato
l’attenzione sul fatto che non seguissi la lezione e che, forse, lo facevo
perché la trovavo difficile. Probabilmente la trovavo solo noiosa, ma lui aveva
colpito un nervo scoperto. Mi aveva sfidata, ma nello stesso tempo mi aveva
dato una possibilità di mettere alla prova me stessa, di dimostrare che, a fare
qualcosa bene, ci si riusciva con l’impegno e la volontà.
Nella mia vita ho adorato la letteratura,
avuto una grossa inclinazione alle materie artistiche, ma ho seguito una
formazione prettamente scientifica. Non credo sia dipeso da quell’episodio, ma
a distanza di anni e anni, io quella lezione non l’ho mai dimenticata.
Perché vi ho fatto fare questo viaggio nel
tempo? Adesso ci arrivo.
Nei post “Il punto della situazione #1 e
#2” ci sono le motivazioni che mi hanno spinta a ritirare la ff e revisionarla,
per cui non mi dilungherò a riguardo.
Quello che voglio dirvi è questo: prendere
la storia, modificare un paio di cose e pubblicarla era allettante, ma non
sarebbe mai stato nelle mie corde. Se avessi saputo al tempo cosa avrebbe
realmente comportato riscriverla (perché è capitato questo, e ve ne parlerò a
tempo debito), è probabile che ci avrei pensato molto, ma molto meglio. Ma le
cose belle non sono mai semplici e “Manuale della perfetta adultera” è stata una
riscrittura complicata, impegnativa, a tratti logorante. Ma è stata
un’esperienza stupenda. Se non avessi avuto il sostegno di persone
straordinarie, in primis la Prof, sono certa che sarei ancora al capitolo
quattro. Quindi, punto primo: le cose
belle sono difficili.
Adesso veniamo al dunque.
La riscrittura si è conclusa, brava. E ora?
Che ne facciamo di queste 350 pagine?
Dissi in uno dei post che ho citato sopra
che a revisione completa avrei deciso il destino del libro. Questo romanzo
vedrà la pubblicazione in ebook e (se riesco) anche in cartaceo.
Quando?
Dipende da diversi fattori. Il primo è la
modalità di pubblicazione. Io credo nell’editoria tradizionale e ho una sana
allergia per quella a pagamento (a questo proposito mi viene sempre in mente la
risposta negativa per eccellenza: “Mai, nemmeno se mi paghi”. Se devo pagare
per pubblicare, c’è qualcosa che non torna e la matematica, diceva sempre quel
professore tanto simpatico, è un’opinione solo nell’infinitamente grande e
nell’infinitamente piccolo). Cosa significa questo? Dobbiamo aspettare che una
casa editrice accetti di pubblicarti?
Per l’amor di Dio!
Credere nell’editoria tradizionale, per
quanto mi riguarda, significa credere nell’importanza di certe figure: il
correttore di bozze, l’editor, i grafici, gli esperti di promozione e marketing,
i librai e i venditori in genere. Nello stesso tempo, però, significa anche non
poter ignorare la crisi profonda che l’ha colpita e quindi l’editor si trova a
fare il correttore di bozze per pochi spiccioli; i librai chiudono perché molti
non riescono a stare al passo con il fenomeno in crescita esponenziale degli
ebook; il marketing e la promozione vengono fatti esclusivamente sull’onda del
prodotto che “tira” al momento, spesso a discapito di piccoli capolavori che
resteranno sempre nell’ombra solo perché non hanno visto la luce nel momento
storico più favorevole; i grafici sfornano copertine “stampino” e sembra che i
libri siano un po’ tutti uguali (forse, alcuni lo sono pure). Non è sempre
così, mi dicono, ma purtroppo non è raro.
Lo sconforto in cui cadono molti scrittori
esordienti porta alcuni di essi a cercare scappatoie (vedi l’EAP) o a lanciarsi
nel self-publishing ritenendolo l’unico
mezzo fattibile per potersi vedere finalmente pubblicati.
Io non credo che il self-publishing sia una via più semplice rispetto all’editoria
tradizionale. Semmai è il contrario. Occuparsi in modo indipendente di tutti
gli aspetti di una pubblicazione non solo è impegnativo, ma toglie anche molto
tempo alla scrittura, specie per persone che fanno altro (e in Italia penso che
si contino sulle dita delle mani gli scrittori che non affiancano a questa,
anche un’altra professione).
Io vedo l’autopubblicazione come una sfida
e come una possibilità.
E come per tutte le possibilità che si
hanno a disposizione, affinché si riesca a trarne il maggior beneficio da esse,
è necessario dedicarsi con impegno e rigore. Capirete bene che questo, per una
come me, significa mesi di lavoro aggiuntivo a quelli della scrittura.
Quindi, punto secondo: le cose difficili sono belle.
Poiché temo di non voler concludere con un
solo libro la mia avventura nel mondo della parola scritta, e con il passare
del tempo di certo non ringiovanisco, mi sono data una scadenza che ritengo
fattibile per la pubblicazione: la fine di quest’anno.
Salvo imprevisti. In parallelo allo studio
minuzioso dell’autopubblicazione, seguirò anche la strada tradizionale. Magari non
porterà a nulla, magari sarà un no dritto sul muso, magari sarà solo silenzio,
ma se non lo faccio sarà un fallimento in partenza, perché avrei io rinunciato
e questo è un atteggiamento che non mi apparterrà mai.
Data approssimativa per la pubblicazione: dicembre.
Di recente ho avuto molto tempo da dedicare all’esternazione
del mio io più profondo. Praticamente tutti i giorni ho intrattenuto una
conversazione con qualche tecnico della Telecom che, con finta gentilezza, s’è
dichiarato al mio servizio per ripristinare la connessione internet ballerina.
In quaranta giorni, quindi, sono passata attraverso tutte le sfumature della
speranza, pazienza, condivisione, sopportazione, irritazione, rabbia, furia.
Poiché, puntualmente, le telefonate Telecom arrivano all’ora di pranzo o cena
con domande più o meno imbarazzanti (“Signora, qual è il problema? Avete
testato il modem? Avete cambiato i filtri? Avete staccato la testa a vostro
marito? Adesso siete connessa? Navigate? Io vi vedo allineata …”), il computer
è rimasto acceso per giorni interi in perfetta immobilità e, quindi, ho avuto
modo di dedicarmi alla visione di alcuni film che sostavano in doppia fila su
un pc ormai stracolmo da troppo tempo.
(Piccola postilla: non credete MAI a ciò che sostengono
questi operatori. Vi raggireranno in tutti i modi più subdoli per convincervi a
non disdire il contratto, vi prometteranno di interessarsi al vostro caso, di
monitorare la vostra linea per 48 h – io dopo questo tempo trovavo le
segnalazioni effettuate, chiuse per avvenuta riparazione. Informatevi, non
accontentatevi, lottate. Dopo raggiri vari, minacce, coercizioni sono approdata
qui e ho visto la luce. E ora Telecom vedrà il buio. Tutto
GRATUITAMENTE, ovvio).
Ad ogni modo, vi consiglio i film che meritano, as always.
“La grande bellezza”, anno 2013, di Paolo Sorrentino. Come saprete,
la pellicola ha vinto l’Oscar come migliore film straniero, dopo aver vinto il
Golden Globe, e ne sono felicissima. È stato molto criticato, ma io ho fatto il
tifo per questo film surreale, crudo e cinico, aspro e commovente. Paolo
Sorrentino mescola la purezza della poesia allo sfiorire di una Roma ormai
decadente e usa come filtro gli occhi di uno scrittore “in blocco”, sfruttando
il suo malessere più intimo per portare in luce la pochezza dell’essere umano,
le paure e “le grandi brutture” dell’animo. Non è un film che lascia una bella
sensazione addosso, ma si fa pensare a lungo. Consigliatissimo.
“Saving Mr. Banks” (Saving Mr. Banks), anno 2013, di John Lee Hancock. Confesso
qui di essere una vecchia fan di “Mary Poppins”. Sono una di quelle che si
incollava alla televisione quando davano questa pellicola, pur senza resistere
quasi mai fino alla fine del film (ricordo che era abbastanza lunghetto ed io
mi pregiavo di riuscire a dormire ovunque ci fosse una superficie abbastanza
solida da reggermi. Ah, bei tempi!). Sognavo un uomo come Bert, con la stessa
allegria e positività, e, come avrei scoperto dopo qualche anno, una borsa come
quella di Mary (la cerco ancora, eh). E’ stato uno step naturale, dunque, lasciarmi
incuriosire dal film di come i romanzi della Travers siano passati al grande
schermo. E sono rimasta piacevolmente stupita. Saving Mr. Banks è di una
delicatezza sconfinata, con due attori d’eccellenza che rendono
meravigliosamente i dettagli fisici e comportamentali di una situazione d’impasse che dura da vent’anni (nel film,
la Travers è ostinatamente restia a concedere la sua Mary al Signor Disney,
nonostante nella realtà i diritti cinematografici erano già stati concessi
quando la scrittrice giunse a Los Angeles per discutere della sceneggiatura).
E’ divertente, toccante (ho pianto e, sono certa, piangerei ancora a rivedere
un paio di scene), ben interpretato. E, ovviamente, è consigliato.
“All is Lost– Tutto è perduto” (All is
Lost), anche questo anno 2013, di J.C. Chandor. Qui ci vuole un minuto
di silenzio. Prima di tutto, perché nel film ci saranno forse quattro battute
di dialogo in tutto. Secondo poi, è stato un tuffo (letterale) tra i ricordi.
E’ la storia di un naufragio, come forse ce ne saranno tante altre e simili, ma
solo chi ha fatto vacanze come le mie può comprendere il grado di empatia che
ho provato guardando questa pellicola.
Il trailer qui.
Qui inizia un post a parte, di cui non posso proprio fare a
meno, ma che siete liberissimi di saltare a piè pari.
Guardando quest'ultimo film ho avuto la certezza della sacrosanta
imprescindibilità di alcuni fatti: 1) Se la sfortuna inizia a seguirti in mare,
ti abbandona solo quando metti piede in terra. 2) Le persone sono fatte per
camminare. Non per nuotare, non per oscillare su quella che chiamano
orgogliosamente barca e, vai a vedere, trattasi di un guscio di noce. 3) Tutto
si può risolvere con una bella chiacchierata.
Nella mia vita ho avuto la “fortuna” di andare in vacanza
due volte su una barca, per una settimana. Al tempo ero accecata
dall’ammmmmmore e per il mio fidanzato avrei sopportato ogni tipo di sacrificio
(infatti l’ho sposato ed è diventato mio marito); ho fatto scorta di anticinetosici perché soffro il mal di mare,
ho duellato con mia madre per convincerla a lasciarmi partire (tutti sono
moderni quando NON si parla della propria bambina), ho ficcato il cuscino nella
valigia (non parto MAI senza il mio cuscino) e mi sono lanciata all’avventura.
Da dove vengono le certezze che ho numerato sopra?
In ordine: ho scoperto che, su di me, gli anticinetosici non
funzionano. Nausea perenne e rincoglionimento da farmaci, fin quando non
scendevo a terra barcollante e mi schiantavo sotto un albero (mentre tutti
sguazzavano in spiaggia). Ho diviso la cabina con una tanica di nafta che s’è
rovesciata, diffondendo i suoi effluvi per tutto il viaggio. S’è staccato un
tubo del gas e per due giorni non abbiamo potuto cucinare. Abbiamo incrociato
un temporale forza 8 e, in seguito, perso il gommone con cui scendevamo a terra.
Il fidanzato-futuromarito ha avuto un ascesso al dente, in pieno agosto, su
un’isoletta sperduta dove non ci dispensavano nemmeno una confezione di novalgina senza ricetta medica; la sottoscritta un herpes labiale che le ha preso metà
viso. E poi, punture di meduse, scarpinate a prova d’infarto e in rada per
tutto il tempo. Il viaggio della speranza.
Comprendo, perciò, il motivo per cui in film come “All is
lost” (mai titolo fu più azzeccato) ricorre sempre la scena in cui l’uomo (è
sempre un uomo, sta poco da fare. Nessun altro, donna o persona sana di mente,
si lancerebbe in un’avventura del genere) saluta l’alba nascente con un sorriso
appena accennato sulle labbra: è il sorriso del sopravvissuto. Ovviamente,
anche se il protagonista di questa pellicola sembra essere perseguitato dalla
sfortuna, è un film che consiglio senza dubbio: se non altro per l’aplomb straordinario di Robert Redford,
gnocco di potenza mondiale anche a settantasette anni, che si fa sfuggire un
“cazzo” appena sussurrato solo a film quasi concluso (al contrario della
sottoscritta che inventa parolacce all’occorrenza, quando quelle conosciute
risultano insufficienti) e, dopo peripezie di ogni genere, conserva comunque
una penna biro funzionante e gli occhiali da vista.
ci tenevo a farvi i miei auguri sinceri anche qui, dove
magari passa qualcuno che non segue gli scleri quotidiani sui social di mia
predilezione (Twitter e Fb).
Ho scritto una minific come regalino di Natale (la trovate
qui), cosa che non mi è mai riuscita prima, con mio sommo dispiacere.
Probabilmente è perché conoscevo un solo modo di scrivere, mentre adesso ne sto
imparando ad apprezzare le sfumature o magari, più semplicemente, mi sentivo
ispirata.
Spero che trascorriate giorni sereni, o allegramente
frenetici se siete inclini all’attività (tanta stima: io ho iniziato a sentirmi
stanca il primo dicembre). Sopra ogni cosa, spero che possiate trascorrere
queste feste insieme a chi amate, dimenticando per un po’ le tribolazioni di
tutti i giorni.
Scartate tanti regali, non mangiate troppo, ridete tanto e
dite ai vostri cari quanto li volete bene.
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