mercoledì 20 marzo 2013

Obbligo o verità?



Ero un po’ indecisa se scrivere o meno questo post, ma mi sono detta che ciò che porta ad una riflessione vale la pena di lasciare traccia di sé e stasera sgorbio, il maggiore dei miei due figli, mi ha spinto a farne una, innescando, così, una reazione a catena.
Mentre lo asciugavo dopo il bagnetto, scherzavo con lui sulla sua altezza. “Quanto sei alto!”, gli ho detto. “Fra poco diventerai più alto di me”.
“Anche più di papà?”, mi ha domandato.
“Certo. Toccherai il soffitto”, gli ho risposto.
Lui mi ha guardato con due occhi così, grandi e pieni di speranza. Ma, poi, s’è rabbuiato e mi ha confidato che no, non vuole diventare tanto alto, perché se sei alto significa anche che sei tanto vecchio.
“E allora, non vuoi crescere?” gli ho chiesto.
“No, perché se sei vecchio poi dopo muori e non ci sei più”.
In due secondi, quella che era una conversazione scherzosa è diventato un dilemma esistenziale. Lo leggevo nei suoi occhi, nel modo in cui continuava a guardarmi per trovare in me una smentita clamorosa alle sue supposizioni.
Sono sempre stata molto chiara con i miei figli. Non ho mai mentito loro, non ho mai promesso qualcosa col solo scopo di rabbonirli o corromperli, ho sempre e solo detto la verità. Certo, in una forma non brutale, adeguando le parole alle intenzioni e alle situazioni, ma non ho mai creduto che, in quanto miniature, non avessero il diritto di essere trattati come persone dotate di propria volontà e di intelligenza. Perfino quando scalpitano ed urlano sul pavimento e vorrei tanto torcere loro il collo, così come immagino voglia fare la vicina del piano sotto al nostro, perfino in quei casi ho sempre pensato che alzare la voce per farmi ascoltare non porterebbe a nulla, se non a temermi e ad allontanarli.
Oh, ci sono eccome le volte in cui l’aria democratica che si respira in casa diventa solo un ricordo lontano e mi trasformo nel peggiore dei tiranni, ma per lo più sono della scuola “parlare fino a schiumare ai lati della bocca”.
Quando sgorbio mi ha esposto le sue considerazioni in merito alla vecchiaia ho fatto un vertiginoso tuffo nel mio passato. Avrei potuto liquidare la questione come tante volte è stato fatto con me, che con la morte ho avuto a che fare molto presto nella mia vita. “Sei piccola. Di queste cose non devi preoccuparti”. Oppure, un altro must “Quando non ci saremo più qui, saremo in cielo”, come se un bambino che sta appena iniziando ad orientarsi nel mondo dovesse trovare naturale pensare che nel futuro potrebbe vedersi spuntare un paio d’ali dietro la schiena, sovvertendo tutte le più elementari leggi della fisica di cui avrà faticato tanto ad appropriarsi e che, se gli andrà bene come la madre, come esame ripeterà almeno tre volte all’università prima di strappare un 30 grondante, letteralmente, sangue e sudore.
Ebbene, ho pensato al fascino ammaliante posseduto dalle verità abbellite ad uso e consumo degli adulti più pigri - o, forse, più imbarazzati da quelle domande che, di sicuro, in quanto a difficoltà battono quasi tutte quelle che mi sono state poste finora - e, lo ammetto, mi sono fatta tentare per un istante. Ma poi, mi sono vista bambina com’è mio figlio ora, stessa età, stessi occhi, e le parole di una compagna di scuola di prima elementare mi sono rimbombate nella testa. “A me non m’importa niente che ti è morto il padre”, scoprendo così che non erano viaggi lontani, né le famose ali magiche ad impedirmi di vedere mio padre, ma solo una cosa sconosciuta, molto meno avventurosa o poetica, che si chiamava morte e che, come capii più tardi, nelle intenzioni della maestra che aveva istruito tutti i miei compagni di classe eccetto la sottoscritta, avrebbe dovuto farmi ottenere un trattamento privilegiato da parte degli altri alunni, scatenando invece incomprensione ed ostilità.
E come può capitare solo ad una madre, il cervello ha pensato tutte queste cose in meno di due secondi per scovare la risposta non esatta, ma soltanto quella più onesta, quella che tutti meriterebbero.
In conclusione, cosa ho risposto a mio figlio?
Che la morte può far paura e che non sarà una cosa bella, ma è naturale. Come la vita. E che deve ricordare sempre le mie parole, anche se adesso gli possono sembrare strane: più della morte, è dell’assenza di vita che deve spaventarsi.
Immagino che mi sia andata di lusso, specie se penso che sto ancora cercando la risposta ad un'altra domanda che mi è stata posta, sempre da sgorbio: come fa Gesù ad aiutarci se è "incrociato"? Non sarà meglio chiedere alla sua mamma?
Si accettano suggerimenti.


mercoledì 10 ottobre 2012

Cover Una sera, per caso ...

Questa splendida copertina è stata creata da Valentina (@Valle89_).
Sono molto felice di mostrarvela e ringrazio di cuore questa carinissima amica per il suo pensiero davvero gentile.



Valentina, grazie infinite :********

domenica 9 settembre 2012

Recensione: "Black Friars - L'Ordine della Chiave" di Virginia de Winter


Ho atteso diversi giorni prima di decidermi a lasciare una recensione a questo libro. Alla fine della lettura ero troppo così per farlo.
Virginia de Winter non si smentisce anche in questo secondo/primo libro della saga di Black Friars (l’autrice, dopo l’uscita del terzo libro – L’Ordine della Penna –, ha confermato che ce ne sarà anche un quarto).
L’Ordine della Chiave è la storia di Eloise ed Axel. Avendo già letto il primo/secondo della serie (L’Ordine della Spada, il primo volume in uscita per ordine di pubblicazione, ma il secondo in linea temporale con la storia), sapevo come sarebbe finito questo qui, ma non sapevo “perché”.
Cercherò di non spoilerare troppo. Axel ed Eloise sono giovani, innamorati, passionali. Forze troppo potenti si frapporranno nel loro idillio. La trama pare quasi banale. Per me che già sapevo cosa sarebbe accaduto nel “futuro” è stato un continuo “Ah, ecco perché succedeva questo”. La cosa che mi ha lasciato sinceramente colpita e ammirata è stata l’abilità dell’autrice di incastrare gli eventi con una perizia degna di un esperto chirurgo. Se L’Ordine della Spada vi ha lasciato con parecchi dubbi da fugare, non potete non leggere L’Ordine della Chiave: è necessario, oltre ad essere un vero e proprio piacere.
In questo libro, la de Winter “aggiusta il tiro”. I periodi appaiono meno pesanti, lo stile più leggero e scorrevole, senza che ne sacrifichi la ricercatezza. Lungi dall’intento di rendere auliche e pompose le descrizioni, si capisce subito che questa scrittrice ama la parola scritta. Ama giocarci, farla volteggiare sulla punta delle dita per un po’ prima di concretizzarla nella scelta di un termine piuttosto che un altro.
Se chi legge lo fa pensando “vabbè, ma quando si arriva al sodo?”, chiudete il libro, questa storia non fa per voi. Se, di contro, leggete lasciandovi prendere per mano dall’autrice e accompagnare tra i corridoi del Collegio di Aldenor, o in uno dei vicoli bui e maleodoranti del Canale dei Fraticelli, abbandonandovi con fiducia, permettendole di stuzzicare la vostra curiosità ed il vostro acume al suono della sua voce, non potrete restare indifferenti a questo meraviglioso percorso. Ripeto: sapevo dove la storia de L’Ordine della Chiave sarebbe andata a parare, eppure questo non mi ha impedito nemmeno per un istante di apprezzarne la trama, sì, ma soprattutto il capolavoro strutturale e l’opera di presentazione e caratterizzazione dei personaggi. Stephen Eldrige resta una delle perle di questo libro a mio parere, oltre ad Axel, sviscerato nel suo percorso di “defanciullizzazione”. Persino Belladore, l’antagonista, è descritta e trattata con pennellate delicate e sfuggenti, ma dai colori forti e dai forti contrasti, che la rendono una figura indimenticabile.
Mi sono imposta di non celebrare estaticamente questa ulteriore prova di talento di Virginia de Winter, sforzandomi di restare nel campo dell’obiettività. Potrei aver felicemente fallito. Ormai, mi capita sempre meno spesso di trovare dei libri magici, di quelli che ti fanno compagnia anche da uno scaffale della libreria, mentre passi, lo scorgi e rammenti con nostalgia del tempo trascorso insieme.  
Il mio consiglio è di acquistare il cartaceo. L’esperienza di traslazione dalla realtà diviene palpabile mentre si sfogliano le pagine e l’odore della carta stuzzica l’olfatto, mentre si legge di candele che bruciano lentamente e diffondono caldi bagliori in una stanza.
Naturalmente, non sto nella pelle al pensiero di finire la rilettura de L'Ordine della Spada, per poi dedicarmi a L'Ordine della Penna.
Libro per tutti, estasi per gli intenditori.
Consigliatissimo.

martedì 1 maggio 2012

Recensione: "Black Friars - L'Ordine della Spada" di Virginia de Winter


“Black Friars – L’ordine della Spada” e il suo prequel “L’ordine della Chiave” sono nella mia libreria da molti mesi, in alto, dove nessuno li può raggiungere, ma dove posso vederli bene e mi hanno fatto compagnia per moltissimo tempo semplicemente stando lì, a guardarmi dal loro posto d’onore. Com’è possibile? Come molti lettori di EFP ero a conoscenza della fama di Savannah, ma il fandom di appartenenza non mi era familiare, dunque non avevo mai letto nulla di suo. Eppure ne sentivo, di lodi notevoli nei suoi riguardi da parte di autrici da me molto molto apprezzate. Quando ho letto per curiosità qualcosa da lei scritto sono bastate pochissime righe per farmi capire con chi avevo a che fare: un talento come pochi. Ricordo poco dello stralcio letto quella volta, ma ricordo la sensazione di una descrizione in particolare: quell’attimo di trepidazione nel momento del soffio delle candeline di una torta di compleanno. Una scena comunissima, nulla di speciale. Ma le parole … il modo in cui l’autrice ha giocato con esse, creando una descrizione assolutamente evocativa, mi hanno rapita all’istante.
Folgorata.
Ho letto, quindi, Original Sin. L’ho divorato. Hermione e Draco, per me che non ho letto la Rowling (andrò all’Inferno per questo?) saranno sempre quelli descritti da Savannah (no no, andrò al rogo probabilmente) e da un’altra autrice maestra in questo pairing.
Ma sto divagando.
Sapevo, per farla breve, che leggere Virginia de Winter sarebbe stato molto di più che sfogliare una decina di paginette al giorno, quando e se hai tempo. Sapevo che sarei stata risucchiata, che avrei dovuto dare del mio in quest’avventura. Non come quando subisci un film o un libricino carino, ma senza troppe pretese. Ero certa che la lettura mi avrebbe trascinata in un mondo sconosciuto, che avrei partecipato della vita dei personaggi, delle loro emozioni e che ne sarei stata avvinta nel modo più assoluto.
E’ stato assolutamente così.
Cinque giorni in cui questo libro (Black Friars – L’ordine della Spada) mi ha accompagnata ovunque. Cinque giorni in cui le ore della notte sono state pochissime, in una di queste non più di due.
Ma andiamo per gradi.
La trama della storia è assolutamente originale. Virginia de Winter ha creato un mondo fantastico, in cui creature della notte coesistono con esseri umani, sullo scenario affascinante e senza tempo di atmosfere gotiche, fatte di gargoyle che urlano mute nella pietra e lastricati lucidi per l’umidità della notte. La maggior parte della trama si svolge proprio di notte e considero una dote di pochissimi autori essere capaci di mantenere le cupe atmosfere, il senso di claustrofobia di un cimitero che pullula di creature soprannaturali, o l’ansia di trovare un bagliore di luce alla fine di una galleria sotterranea, per la durata di quasi l’intero libro. Ogni descrizione, particolareggiata nei dettagli, ricca, evocativa ha reso alla perfezione l’idea dello spazio e del tempo, pur lasciando sospesa l’idea di uno spazio e di un tempo reali.
Sarei stata infinitamente delusa, nonché annoiata, da una particolareggiata “lista della spesa”. I riferimenti storici sono accurati, ma appartengono ad un’altra storia: chi cerca di collocare Black Friars in un’epoca storica reale si perderà metà della bellezza del libro a cercare di star dietro a Nationes, Linee di Sangue, Ordini vari, sforzandosi di ricordarli tutti e cozzando contro le proprie personali conoscenze di un periodo più o meno vago del passato. Errore. L’ambientazione descritta da Virginia de Winter ha tutto, credetemi. Basta leggere con fiducia, aprirsi e donarsi.
Chi pensa di poter leggere Black Friars con superficialità, sbaglia lettura. I colpi di scena, i batticuori, anche le risate (questa scrittrice ha un’ironia sottile e una vena tragico-comica deliziosa), nonché le lacrime, non mancano per tutto l’intero libro. Ad una lettura disattenta e veloce, probabilmente alla ricerca di particolari grezzi e di comprensione immediata (lui ama lei-lei ama l’altro-l’altro ama se stesso)si può restare sicuramente spiazzati. Non troverete mai nulla del genere in questa scrittrice. La de Winter stuzzica la curiosità, attiva l’ingegno anche dei più pigri purché acuti e volenterosi, lascia tanti indizi che troveranno sicuramente compimento in un disegno più grande del semplice paragrafo o capitolo. La trama si sostiene perfettamente in tutte le seicento e passa pagine e tutto ha una spiegazione. Che amarezza se avesse sminuito l’acume dei suoi lettori ritenendo necessarie spiegazioni sommarie che avrebbero solo rischiato di rovinare l’essenza stessa della struttura narrativa!
Struttura narrativa che, naturalmente, è solidissima. Ogni singolo personaggio ha una sua autonomia e sue caratteristiche caratteriali peculiari. Ogni aspetto di una personalità nelle mani di questa scrittrice assume uno spessore nuovo. Nulla è lasciato al caso, nemmeno il profumo delle rose.
E così, con l’avanzare della lettura si chiariscono le relazioni, le situazioni, le richieste come un incastro perfetto di un puzzle. Solo una grande scrittrice può creare nel lettore uno stato di ansia e trepidazione, tanto da spingerlo a domandarsi “e adesso?”, così come a rispondersi “ne voglio ancora”.
E nasce per questo “Black Friars – L’ordine della Chiave”, che mantengo gelosamente ancora nel suo posto d’eccellenza, conscia che l’astinenza sarà durissima da sopportare, fino a quando il sequel della storia vedrà la luce.
Sullo stile di Virginia non posso che spendere poche, banalissime parole. Sempre ad una lettura superficiale potrebbe apparire troppo “aulico”, quando non lo è per niente: le metafore sono calzanti ed appropriate, mai ripetitive, ma ogni volta nuove ed originali. Questa donna, quando scrive, è come se filasse un arazzo: in quattro righi puoi vedere un intero, meraviglioso dipinto.
L’avvicendarsi delle situazioni ha il chiaro scopo di solleticare la mente del lettore e di spingerlo a proseguire nella scoperta degli eventi, tutti concatenati tra loro con mirabile maestria.
Sono contentissima che una scrittrice italiana così dotata abbia avuto lo spazio che merita tra le pagine di un libro assolutamente coinvolgente, avvincente e affascinante al punto tale che interrompere la lettura per attendere ai propri doveri diventava un dolore quasi fisico.
E sono contenta di aver riservato ai suoi libri uno spazio d’onore nella mia libreria e nel mio cuore.
Consigliatissimo a tutti. Ai più giovani che si aspettano da un fantasy l’intrigo e il mistero, così come ai meno giovani che possono sperimentare la qualità di un buon libro anche in un genere poco battuto.
  

sabato 25 febbraio 2012

Recensione: "Il tizio della tomba accanto" di Katarina Mazetti

"Desirée è una bibliotecaria di trentacinque anni rimasta vedova di un biologo bello e intelligente, che non ha mai però conosciuto davvero. Quando lui è morto, investito da un camion, lei si è sentita tradita e offesa, e durante le ore che passa sulla panchina del cimitero davanti alla sua lapide, essenziale e sobria, più che dolore prova un inspiegabile risentimento. Benny è un allevatore di vacche da latte, rimasto solo a gestire la sua fattoria da quando la madre è morta. La sua vita è scandita dagli imprescindibili orari delle mungiture e dalle lunghe visite al cimitero, durante le quali si dedica con passione alla cura della tomba dei genitori, pacchiana e kitsch quanto basta per far inorridire Desirée. I due si ritrovano a volte seduti sulla stessa panchina e l'antipatia è tanto reciproca quanto intensa. Fino a quando, un giorno, un casuale scambio di sorrisi fa scattare la scintilla e miracolosamente tutto cambia."

La prima cosa che mi ha incuriosita di questo libro è stata la copertina.
A pelle, mi piaceva il contrasto di colori. Poi, ho letto l’introduzione (che vi ho riportato sopra) e ho trovato l’idea della trama molto originale. Quindi, così, mentre sbrigavo le faccende di casa, ho iniziato a leggere.
Quel giorno abbiamo mangiato pasta e formaggino. Perché li avevo in casa.
Odio le cose del tipo “un libro in un solo giorno”, ma è stato proprio ciò che è accaduto.
Desirée è una donna sola, che aveva trovato nel marito una scelta pragmatica e appropriata alla vita perbene che i suoi genitori le avevano inculcato come a lei confacente. Colori sbiaditi e aspetto anonimo, i suoi tratti distintivi, come se volesse urlare al mondo che si prende troppo sul serio per curarsi di inezie come il suo aspetto esteriore. Benny è un allevatore, formato alla dura vita nei campi e con tante rinunce alle spalle per proseguire l’attività di famiglia (attività continuamente sull’orlo del fallimento). E’ una persona pratica, una di quelle che guarda un libro solo per capire se è dello spessore giusto per ritrovare l’equilibrio di un tavolo traballante. E’ in una fase della sua vita in cui pensa sia appropriato sposare altre due braccia utili per il lavoro.
Nessuno è preparato al sentimento che, fulmineo ed inaspettato, scoccherà tra loro e a cui non riusciranno a sottrarsi.
Katarina Mazetti ha un’ironia spietata e non la risparmia a nessuno. I due protagonisti sono, nello stesso tempo, geniali e ridicoli. Non ci sono eroi, in questo libro, ma solo individui veri, con più debolezze e paranoie che nobili sentimenti e stralci di poesia. Nessun profumo aulico ed inebriante, ma solo puzza di stalla ed inettitudine alle fatiche domestiche.
Ho adorato "Il tizio della tomba accanto". In alcuni passaggi, mi sono ritrovata a scoppiare a ridere, per poi guardarmi intorno, timorosa di essere scoperta in flagranza di reato. La scrittura della Mazetti è fresca, briosa e sagace. Il pov alternato fa calare il lettore nella mente prima dell’uno e poi dell’altro personaggio, senza risentire di un grosso stacco narrativo, ma distinguendo, ugualmente bene, i due caratteri.
E’ una storia realistica.
Sapevo fin dall’inizio di non potermi aspettare un finale a cuoricini, non sarebbe stato all’altezza di questa scrittrice. Eppure, il finale lo trovo esattamente “giusto” per questi due *eroi di tutti i giorni*. Una storia che si basa sulle sfumature della vita, sulle divergenze che si tenta in ogni modo di far diventare convergenze, sulla tenacia con cui ci si aggrappa alle proprie convinzioni col rischio, spesso, di perdersi esperienze incredibilmente emozionanti strada facendo.
Lo consiglio davvero a tutti, precisando che in un viaggio, talvolta, non è importante dove si arriva, ma il percorso che si compie per farlo. E, soprattutto, in compagnia di chi.
La Mazetti ha scritto anche il seguito, intitolato "Tomba di famiglia", che sto attualmente leggendo.
Buonissima lettura a tutti XD


venerdì 25 novembre 2011

A volte, ritornano. Altre, no.

Il due settembre a mio suocero è stato diagnosticato un tumore al polmone, metastatizzato. In pochissimo tempo, nella nostra totale impotenza, abbiamo visto il nostro caro deperire fino a diventare quasi uno scheletro. A metà di questo mese, è deceduto. Non provo nemmeno a descrivervi il profondo dolore che ha colpito mio marito, me e tutta la nostra famiglia, ma non è questo il punto. Il punto è che quando una persona cara si ammala gravemente, specie in questo tipo di patologie, l’afflizione colpisce l’intera famiglia.
Il tumore è una malattia familiare.
In una reazione a catena, anche i miei figli ne hanno risentito, essendo io costretta spesso al letto di mio suocero, per riuscire a dare sollievo a mio marito, impegnato con suo padre quasi ventiquattrore al giorno.
Circa un mese fa, mia madre ha riportato una frattura all’omero in seguito ad una caduta, e gli impegni a cui la mia famiglia è stata sottoposta si sono raddoppiati nell’arco di un istante.
Ho temuto che lo stato di sconforto in cui ero piombata avrebbe allungato le proprie spire, spingendosi in profondo dentro di me. Ho avuto il terrore di mettere nero su bianco le mie emozioni, fosse anche nel proseguire Una sera, per la paura che il vuoto che sentivo dentro potesse venir fuori e contagiare tutto il resto. In circostanze come queste ho imparato, purtroppo molto presto nella mia vita, ad anestetizzare il cuore per andare avanti. E’ come se mi fossi lasciata soggiogare dal “Turn it off” di Klaus. Ogni energia l’ho riservata a questo momento così difficile per la mia famiglia, so che mi capite. Se vi può consolare, tutte le mie attività si sono azzerate per due mesi e mezzo, e la scrittura è stata la rinuncia più dura che mi sono imposta.
Voglio ringraziare tutti voi per la pazienza che avete dimostrato.
La maggior parte ha compreso che mai vi avrei sottoposto ad un’attesa così lunga se non fossi stata davvero impossibilitata ad aggiornare e a voi vanno i ringraziamenti più sentiti per il rispetto che mi avete mostrato con il vostro silenzio.
Alle amiche che mi hanno scritto, telefonato, sostenuto e cercato di distrarre vorrei saper descrivere in maniera appropriata il beneficio che ne ho tratto. Temo sempre di dimenticare qualcuno, quindi non faccio nomi, ma so che state leggendo questo post e vorrei che sentiste il mio abbraccio su di voi. Grazie :*
A Camilla non so cosa dire. Nonostante le sue preoccupazioni personali, ha trovato sempre il tempo per due inutili e, contemporaneamente, fondamentali chiacchiere per lasciarmi sfogare e riportare lo stress a livelli accettabili. Sei un’amica davvero :****
Ho, tanto per cambiare, ciarlato fin troppo, ma sopportatemi per qualche altro rigo.
  1. Non fate affidamento sulle due settimane circa che avevo come frequenza di aggiornamento in passato: non so se riuscirò a rispettare più questi tempi. Posterò quando potrò, ma soprattutto pubblicherò solo quello che riterrò all’altezza della storia che ho scritto fino ad ora. Lo devo a me stessa prima che a voi
  2. Una sera, per caso avrà una conclusione e sarà pubblicata su EFP e sul forum di Twilighters Italia. Se anche mi dicessero, oggi, che questa storia dovesse essere pubblicata nell’editoria domani (lol), la concluderei e pubblicherei ugualmente sulle piattaforme che ne hanno visto i natali. Questo lo devo a voi, prima che a me.
  3. Non manca molto alla fine (lo sento, il coro dei “meno male!” -.-‘). La trama in origine prevedeva un piccolo excursus che ho deciso di eliminare per non distogliere l’attenzione dal filo portante della storia. Non so quantizzarvi i capitoli che restano (recentemente sono ancora più logorroica del solito, meh), ma sono sei o sette. Di sicuro, meno di dieci. Ci saranno degli extra.
Ora ho davvero detto tutto.
Alla prossima XD

giovedì 27 ottobre 2011

Spoiler cap. 33

Sono viva (per chi avesse avuto qualche dubbio in questi giorni), solo enormemente impegnata.
Formalizzo lo spoiler dato su twitter inserendolo anche qui, in aggiunta ad altri due spoilerONI *inediti*.
Vorrei darvi una data per l'aggiornamento, ma, credetemi, mi è impossibile davvero. Spesso non sono in casa, ma tra ospedali e letti di ammalati, quindi, sul serio non posso essere nemmeno un minimo affidabile.
Il capitolo è a tre quarti della sua stesura, finalmente ha ingranato e merita un bel lavoro di cesello, perchè sarà ricchissimo.

Abbiate tanta pazienza, so di chiedervi tanto, ma non avrei mai creduto di trovarmi un domani *recente* in situazioni personali così critiche. Lo so, ho peccato di superbia ;)


Spoiler 1 (dal Pov Bella):
"«Spero che abbia trovato appropriata la nostra area dedicata ai bambini, Isabella. Può tranquillamente esporre le sue lamentele alla fonte, in caso contrario». Mentre parla, con agilità sistema la sedia al tavolo. Capisco d’un tratto come tutto, la disposizione dei posti e del tavolo, non sia casuale: l’arrivo della sedia a rotelle è passato inosservato, poiché dirottato in un piccolo corridoio laterale da cui si accede direttamente al tavolo, risparmiando all’anziano un’inutile sfilata di moda nel mezzo della sala e il suo posto è proprio perpendicolare al suddetto corridoio.
«Assolutamente sì. Il suo albergo è eccezionale sign… ehm … Conrad.»"

Spoiler 2 (dal Pov Bella):
"In me inizia a farsi strada l’irresistibile desiderio di un contatto fisico, il che mi rende intimamente languida e nel contempo, tesa per la delicatezza della situazione, con mio figlio a pochissima distanza e il proprietario dell’albergo – il cui sguardo sembra essere dotato di capacità radiologiche – al nostro stesso tavolo.
Sono solo pochi minuti, eppure abbastanza da portare i miei nervi al punto di rottura, quelli che trascorrono in questa schermaglia silenziosa.
Quando il mio sguardo si aggancia come un uncino sulla striscia di carne avvolta dal colletto della camicia e della cravatta, entrambi neri, di Edward, sono appena vagamente consapevole di aver spinto la punta della mia lingua tra le labbra, rendendomi conto della cosa solo nel momento in cui lui blocca la frase che stava pronunciando a metà e punta gli occhi sulla mia bocca.
Avvampo rapidamente come una torcia umana e scatto in piedi.
«Ehm … uhm … io andrei ad … incipriarmi il naso. Vogliate scusarmi.» Sposto rumorosamente indietro la mia sedia e lui mi imita immediatamente, alzandosi a sua volta in un gesto cavalleresco.
«Permettimi di accompagnarti» sussurra con voce ferma, ma arrochita, mentre io già sto avviandomi al separé che cela le toilette."

Ultimo, ma importantissimo, la canzone per la quale le mie manine prudono incessantemente ...
Come Home - OneRepublic & Sara Bareilles

Grazie, amici :*