Ero un po’ indecisa se scrivere o
meno questo post, ma mi sono detta che ciò che porta ad una riflessione vale la
pena di lasciare traccia di sé e stasera sgorbio, il maggiore dei miei due
figli, mi ha spinto a farne una, innescando, così, una reazione a catena.
Mentre lo asciugavo dopo il
bagnetto, scherzavo con lui sulla sua altezza. “Quanto sei alto!”, gli ho detto.
“Fra poco diventerai più alto di me”.
“Anche più di papà?”, mi ha
domandato.
“Certo. Toccherai il soffitto”, gli
ho risposto.
Lui mi ha guardato con due occhi
così, grandi e pieni di speranza. Ma, poi, s’è rabbuiato e mi ha confidato che
no, non vuole diventare tanto alto, perché se sei alto significa anche che sei
tanto vecchio.
“E allora, non vuoi crescere?”
gli ho chiesto.
“No, perché se sei vecchio poi
dopo muori e non ci sei più”.
In due secondi, quella che era
una conversazione scherzosa è diventato un dilemma esistenziale. Lo leggevo nei
suoi occhi, nel modo in cui continuava a guardarmi per trovare in me una
smentita clamorosa alle sue supposizioni.
Sono sempre stata molto chiara
con i miei figli. Non ho mai mentito loro, non ho mai promesso qualcosa col
solo scopo di rabbonirli o corromperli, ho sempre e solo detto la verità.
Certo, in una forma non brutale, adeguando le parole alle intenzioni e alle
situazioni, ma non ho mai creduto che, in quanto miniature, non avessero il
diritto di essere trattati come persone dotate di propria volontà e di
intelligenza. Perfino quando scalpitano ed urlano sul pavimento e vorrei tanto
torcere loro il collo, così come immagino voglia fare la vicina del piano sotto
al nostro, perfino in quei casi ho sempre pensato che alzare la voce per farmi
ascoltare non porterebbe a nulla, se non a temermi e ad allontanarli.
Oh, ci sono eccome le volte in
cui l’aria democratica che si respira in casa diventa solo un ricordo lontano e
mi trasformo nel peggiore dei tiranni, ma per lo più sono della scuola “parlare
fino a schiumare ai lati della bocca”.
Quando sgorbio mi ha esposto le
sue considerazioni in merito alla vecchiaia ho fatto un vertiginoso tuffo nel
mio passato. Avrei potuto liquidare la questione come tante volte è stato fatto
con me, che con la morte ho avuto a che fare molto presto nella mia vita. “Sei
piccola. Di queste cose non devi preoccuparti”. Oppure, un altro must “Quando
non ci saremo più qui, saremo in cielo”, come se un bambino che sta appena
iniziando ad orientarsi nel mondo dovesse trovare naturale pensare che nel futuro
potrebbe vedersi spuntare un paio d’ali dietro la schiena, sovvertendo tutte le
più elementari leggi della fisica di cui avrà faticato tanto ad appropriarsi e
che, se gli andrà bene come la madre, come esame ripeterà almeno tre volte all’università
prima di strappare un 30 grondante, letteralmente, sangue e sudore.
Ebbene, ho pensato al fascino
ammaliante posseduto dalle verità abbellite ad uso e consumo degli adulti più
pigri - o, forse, più imbarazzati da quelle domande che, di sicuro, in quanto a
difficoltà battono quasi tutte quelle che mi sono state poste finora - e, lo
ammetto, mi sono fatta tentare per un istante. Ma poi, mi sono vista bambina
com’è mio figlio ora, stessa età, stessi occhi, e le parole di una compagna di
scuola di prima elementare mi sono rimbombate nella testa. “A me non m’importa
niente che ti è morto il padre”, scoprendo così che non erano viaggi lontani, né
le famose ali magiche ad impedirmi di vedere mio padre, ma solo una cosa sconosciuta,
molto meno avventurosa o poetica, che si chiamava morte e che, come capii più
tardi, nelle intenzioni della maestra che aveva istruito tutti i miei compagni
di classe eccetto la sottoscritta, avrebbe dovuto farmi ottenere un trattamento
privilegiato da parte degli altri alunni, scatenando invece incomprensione ed
ostilità.
E come può capitare solo ad una
madre, il cervello ha pensato tutte queste cose in meno di due secondi per
scovare la risposta non esatta, ma soltanto quella più onesta, quella che tutti
meriterebbero.
In conclusione, cosa ho risposto
a mio figlio?
Che la morte può far paura e che non
sarà una cosa bella, ma è naturale. Come la vita. E che deve ricordare sempre
le mie parole, anche se adesso gli possono sembrare strane: più della morte, è
dell’assenza di vita che deve spaventarsi.
Immagino che mi sia andata di lusso, specie se penso che sto ancora cercando la risposta ad un'altra domanda che mi è stata posta, sempre da sgorbio: come fa Gesù ad aiutarci se è "incrociato"? Non sarà meglio chiedere alla sua mamma?
Si accettano suggerimenti.
